5. I settori economici

 

Il primario - La rivoluzione agraria

 

 

La rivoluzione agraria consiste in una profonda trasformazione dell’agricoltura verificatasi per la prima volta tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo in Inghilterra. Gli effetti economici più rilevanti della rivoluzione agraria sono la diminuzione (assoluta e relativa) della popolazione attiva occupata in agricoltura e il contemporaneo aumento della produzione. Il miglioramento della produttività che ha consentito il verificarsi di due fenomeni in apparenza contraddittori, ha svolto una funzione propulsiva fondamentale poiché

 

a)     ha permesso di sostenere la crescita progressiva della popolazione e, in particolare, di alimentare le masse crescenti di popolazione urbana, favorendo con ciò, in una seconda fase, il processo di industrializzazione;

 

b)     ha migliorato sensibilmente il benessere degli imprenditori agricoli, consentendo loro di aumentare la domanda di beni strumentali per l’agricoltura, di pagare maggiori imposte (utilizzabili dallo stato per costruire le infrastrutture) e di accumulare dei risparmi (utilizzabili dalle banche per finanziare lo sviluppo);

 

c)     ha espulso manodopera dall’agricoltura, rendendola disponibile per lo sviluppo degli altri settori economici e specialmente dell’industria.

 

L’aumento della produttività agricola, effetto fondamentale della rivoluzione agraria, è stato ottenuto grazie alla trasformazione dei regimi agrari precedenti, d’impronta feudale e collettivistica, in regimi agrari di impronta capitalistica e individualistica, basati sul libero e pieno godimento della proprietà privata della terra.

 

I regimi agrari moderni, perciò, sono imperniati sull’individualismo agrario, ossia sulla massima libertà economica sul predominio della proprietà privata; nei confronti dell’agricoltura feudale i loro caratteri principali sono i seguenti:

 

a)     libertà di circolazione degli uomini;

 

b)     libertà di compra-vendita delle terre;

 

c)     libertà d’uso delle terre;

 

d)     predominio delle terre di proprietà individuale e drastico ridimensionamento delle terre collettive;

 

e)     inesistenza di privilegi istituzionali a favore di singoli ceti.

 

 

La rivoluzione agraria in Gran Bretagna

 

I cambiamenti strutturali del settore primario sopra accennati si manifestarono in Inghilterra in notevole anticipo rispetto al resto d’Europa.

 

1)     La liquidazione del regime agrario feudale e dei diritti comunitari

 

La vendita delle terre ecclesiastiche, confiscate dalla corona dopo l’avvio della riforma protestante ad opera di Enrico VIII, fu il primo passo verso la liberalizzazione del mercato e diede origine a una forte concentrazione della proprietà terriera.

 

La concentrazione della proprietà, ovvero il progressivo accentramento della terra nelle mani di un ristretto numero di famiglie aristocratiche, favorì la modernizzazione. Solo i grandi proprietari, dotati di cospicui capitali, sarebbero stati in grado – allorché le circostanze lo avrebbero consentito – di realizzare quelle trasformazioni tecniche che consentirono l’avvio della rivoluzione agraria. Inoltre la grande proprietà, a differenza della piccola dedita prevalentemente all’autoconsumo, è prevalentemente orientata al mercato, cioè alla commercializzazione dei prodotti.

 

La progressiva e inarrestabile liquidazione dei vincoli feudali e comunitari sarebbe stata accentuata da modificazioni di carattere istituzionale: La Camera dei Comuni, l’antico Parlamento, a partire dal 1688, allorché fu rovesciato con una rivoluzione quasi incruenta l’ultimo dei re Stuart, Giacomo II, cominciò a prevalere sulla Corona, arrogandosi, in particolare, il diritto di decidere in tema di provvedimenti giuridici, economici e sociali.

 

La Camera, eletta per censo ristretto, e al cui interno sedevano nella quasi totalità rappresentanti delle grandi famiglie aristocratiche (i pari) e della media nobiltà rurale (la gentry), fu fin d’allora estremamente sensibile agli interessi dei grandi e medi agricoltori. Tale sensibilità fu assi evidente soprattutto nel caso delle famose “enclosures”, le recinzioni, tramite siepi o recinti dei campi.

 

Le “enclosures” furono un fattore decisivo nell’avviare la modernizzazione dell’agricoltura, contribuendo in misura decisiva a smantellare le ultime vestigia del sistema comunitario e a indirizzarla in senso capitalistico.

 

Nel corso del ‘700 la crescita imperiosa della popolazione britannica determinò un aumento della domanda dei prodotti alimentari e aumentò la redditività degli investimenti nel settore agricolo. Tuttavia gli agricoltori più intraprendenti erano frenati nei loro tentativi di innovare le tecniche di produzione, al fine di aumentare la produttività e il raccolto totale dai tradizionali vincoli comunitari (spigolatura, diritto di pascolo libero, legnatico, acquatico, ecc.), che imponevano a tutti i membri di una determinata comunità di adottare le medesime tecniche tradizionale e di coltivare gli stessi prodotti.

 

Le “enclosures”, ovvero la privatizzazione delle terre, agevolate da alcuni provvedimenti legislativi del governo (a differenza della monarchia assoluta che le frenava per timore di causare malesseri sociali, poiché esse andavano a detrimento dei contadini più poveri), registrarono un “boom” nel corso del XVIII secolo e avviarono il cosiddetto individualismo agrario, ovvero il libero e pieno diritto di godere e disporre della proprietà privata senza alcun vincolo o tutela di sorta.

 

Un esempio può chiarire efficacemente l’effetto delle recinzioni: uno dei diritti comuni più antichi era quello della spigolatura, ovvero la possibilità per gli abitanti della comunità – in genere i più poveri – di potere raccogliere all’indomani del raccolto le spighe rimaste sul terreno. Tutti, contadini ricchi e poveri, dovevano sottostare a questa tradizione. E’ evidente che in tal modo tutti dovevano osservare le medesime tecniche di coltura coltivare gli stessi prodotti, in caso contrario, nell’ipotesi di tempi del raccolto differenti, sarebbe stato impossibile ottemperare alle regole.

 

Ciò, però, impediva agli agricoltori più ricchi e intraprendenti la possibilità di innovare le tecniche o di modificare i prodotti (per esempio sostituendo fibre tessili o altro ai cereali) e li costringeva a utilizzare le tradizionali rotazioni biennali o triennali. Solo con l’avvento dell’individualismo agrario essi avrebbero potuto finalmente sperimentare quelle innovazioni tecniche che avrebbero consentito l’avvio della rivoluzione agraria.

 

Le recinzioni richiedevano cospicui capitali e solo gli agricoltori più ricchi potevano utilizzarle. Con ciò si divaricò ulteriormente la forbice tra grandi e piccoli proprietari, i quali progressivamente si indebolirono economicamente e furono spesso costretti a vendere i propri appezzamenti e a trasformarsi in braccianti salariati o a emigrare nelle città, trasformandosi in operai delle nascenti manifatture o, addirittura, nel corso del XIX secolo, a emigrare nelle colonie oltreoceano (Australia, Nuova Zelanda e Canada).

 

Le recinzioni, dunque, trasformarono l’agricoltura inglese in senso capitalistico, operando cioè la trasformazione dei contadini in agricoltori capitalisti che investivano i propri capitali in misura crescente nella terra e orientavano la produzione al mercato. I grandi proprietari terrieri, non interessati alla diretta conduzione delle loro proprietà, generalmente le affittavano a canoni in denaro e  a lungo termine (generalmente nove anni) a un ceto di fittavoli dotati di ragguardevoli capitali accumulati tramite il commercio o le professioni, che erano attratti dagli investimenti fondiari per il prestigio sociale che ne ritraevano.

 

2) Le innovazioni tecniche

 

La trasformazione delle strutture agricole in senso capitalistico consentì un enorme aumento della produttività, sia in termini di produttività specifica del prodotto (raccolto per ettaro seminato o per chicco di semente) sia di numero di addetti per quantità di raccolto.

 

Un’innovazione fondamentale fu rappresentata dalla sostituzione del maggese con le colture foraggiere (erba medica, ravizzone, lupinella, ecc.). Le foraggiere hanno la peculiarità di liberare azoto nel terreno tramite le radici, rigenerando la dotazione di sostanze fertili nei campi. Un secondo vantaggio è costituito dal fatto che rappresentano un eccellente alimento per il bestiame.

 

In tal modo fu possibile incrementare l’allevamento (con gli ovvi vantaggi in termini di concimazione delle terre, energie per svolgere i lavori agricoli, aumento della produzione di carne, latte e pelli) e trasformarlo in stabulare (ubicato cioè in loco, eliminando la transumanza).

 

L’introduzione delle foraggiere e l’incremento dell’allevamento avviarono una sorta di circolo virtuoso che consentì un eccezionale aumento della produttività agricola e quindi della produzione totale.

 

Per merito delle doti rigeneratrici le foraggiere agevolarono l’abbandono del maggese e delle rotazioni biennali e triennali e consentirono l’introduzione di rotazioni più evolute e raffinate, basate su cicli pluriennali che registravano l’avvicendamento di numerose specie vegetali.

 

L’allevamento stabulare determinò un notevole miglioramento del bestiame in termini di peso, qualità delle carni e del pellame, nonché quantità del latte. Ciò favorì lo sviluppo dell’industria conciaria e dei latticini, oltre a consentire un miglioramento della dieta alimentare della popolazione caratterizzata da un più alto contenuto proteico.

 

Nel corso del ‘700 furono perfezionati anche gli attrezzi agricoli, gli aratri (costruiti totalmente in ferro), e perfezionate alcune macchine a funzionamento meccanico e trainate da animali, che avrebbero velocizzato e migliorato alcune operazioni di lavoro, come l’erpice meccanico, la seminatrice di Jethro Tull e la trebbiatrice.

 

Un altro miglioramento fu determinato dall’utilizzo prevalente dei cavalli come animali da traino. Il cavallo è più veloce e più potente rispetto al bue. L’aumento dei cavalli da lavoro fu agevolato dalla possibilità, determinata dall’aumento della produttività agricola, di elevare le coltivazioni di avena senza andare a scapito delle colture destinate all’alimentazione degli uomini.

 

Nel corso dei secoli XIX e XX la produttività agricola sarebbe ulteriormente aumentata grazie al miglioramento delle scoperte scientifiche, all’incremento della meccanizzazione e al crescente utilizzo di concimi chimici naturali (i perfosfati) e artificiali (i concimi azotati).

 

3)     La liberalizzazione del mercato

 

In Inghilterra, più precocemente che nel resto d’Europa, venne progressivamente smantellato il mercato regolato dalle autorità pubbliche, conseguendo la liberalizzazione degli scambi su scala geografica e dei prezzi, passando con ciò dal cosiddetto “public market” a un “private market”.

 

La crescita degli scambi e la progressiva integrazione di un mercato nazionale furono favoriti da un eccellente sistema viario costituito da strade terrestri (di gran lunga più efficienti rispetto a quelle del continente), fiumi e canali navigabili, nonché dal forte incremento registrato dalla popolazione urbana.

 

Nel resto d’Europa il processo di liberalizzazione fu assai più lento. In alcune aree qualche progresso si registrò nella seconda metà del ‘700 grazie alle riforme giurisdizionalistiche compiute da alcuni monarchi illuminati, riguardanti il progressivo abbattimento di alcuni vincoli feudali (maggiorasco, fedecommesso, ecc.), in modo da creare le basi per la libera contrattazione delle terre.

 

In alcuni casi la formazione dei catasti geometrico-particellari (basati cioè su precise misurazioni compiuti da tecnici statali), che delineavano con grande precisione gli appezzamenti di terra e ne valutavano altresì la redditività a seconda della destinazione d’uso, coltura per coltura (a frumento, arborato, frutteto, ecc.), incentivò una migliore gestione del patrimonio fondiario. I proprietari, infatti, per pagare le tasse erano incentivati a migliorare la redditività delle terre oppure a venderle o ad affittarle a conduttori più intraprendenti.

 

Da più parti si reclamava la soppressione del sistema annonario e dei dazi interni. A tal fine, in Francia sorse una dottrina detta “Fisiocrazia” che riteneva l’abbattimento dei dazi interni e la libera circolazione delle derrate agricole elementi imprescindibili per elevare la ricchezza del Paese.