9. I settori economici

 

Il terziario -  l’espansione del commercio, l’integrazione dei mercati internazionali

 

La rivoluzione commerciale

 

All’inizio del sec. XIX solo in Inghilterra la vita economica ha una dimensione nazionale, nel senso che la libertà di circolazione interna ha ormai fuso i diversi territori regionali in un mercato virtualmente unificato.

 

Negli altri stati europei (per esempio quelli italiani e tedeschi) la vita economica è frazionata in mercati regionali o subregionali a causa delle dimensioni ridotte degli stati e della sopravvivenza di autonomie amministrative locali di origine medievale, che si manifestano con linee doganali interne, pedaggi, diritti di scalo, ecc. I trasporti sono ovunque lenti e costosi; gli scambi commerciali interni e soprattutto quelli esterni sono di modestissima entità.

 

Agli inizi del sec. XX, invece, i mercati regionali o nazionali non esistono più, la vita economica ha un respiro mondiale e i traffici interni e internazionali raggiungono dimensioni gigantesche.

 

Il passaggio dalla fase delle economie (= dei mercati) locali allo stadio dell’economia (=del mercato) mondiale costituisce uno dei fenomeni più importanti del sec. XIX ed è conosciuto come la “rivoluzione commerciale”. Esso si accompagna a un incremento enorme degli scambi internazionali il cui indice passa da 5 nel 1835 a 38 nel 1885, a 53 nel 1900 e a un massimo di 113 nel 1929, scende a quota 92 nel 1935 e risale faticosamente a 100 nel 1938, per balzare dopo la guerra – in condizioni del tutto nuove – a 156 nel 1955 e a 460 nel 1970.

 

La “rivoluzione commerciale” trova la sua giustificazione teorica in due principi elaborati dagli economisti: la convenienza della divisione del lavoro all’interno di un unico mercato nazionale, sostenuta dal Adam Smith (1776), e la teoria dei costi comparati, con la quale David Ricardo (1817), traspone il principio smithiano sul piano internazionale, dimostrando che anche lo scambio tra paesi diversi è sempre conveniente.

 

          La crescente integrazione dell’economia mondiale è resa possibile anche da:

 

a)     l’uso di mezzi di trasporto più rapidi ed economici;

 

b)     l’ingrandimento territoriale degli stati (per effetto di fusioni, conquiste territoriali e coloniali) e la loro unificazione economica mediante il superamento dei particolarismi locali e la soppressione o riduzione degli ostacoli alla circolazione interna;

 

c)     l’incremento delle relazioni commerciali tra diversi stati attraverso l’adozione di tariffe doganali liberistiche e la stipulazione di trattati di commercio.

 

La prima condizione è realizzata con l’invenzione delle ferrovie,  della navigazione a vapore e dall’apertura di nuove rotte marittime (“rivoluzione dei trasporti”); le altre sono conseguite mediante l’intervento diretto dello stato, che assume forme diverse da caso a caso.

 

Il liberoscambio e l’integrazione dei mercati

 

In Inghilterra, che costituisce da tempo un grande mercato unificato, gli interventi statali si rivolgono quasi esclusivamente al commercio estero. Il protezionismo sul grano (“corn laws – introdotte nel 1791 e conservate dopo il 1815 per proteggere la cerealicoltura dalla concorrenza estera) suscita un’opposizione crescente nei ceti non agricoli.

 

L’industria inglese, ormai all’avanguardia europea, preme per un mutamento della politica commerciale capace di aprire i mercati continentali in cambio dell’apertura del mercato inglese alla produzione granaria estera; solo in questo modo, infatti, i paesi stranieri potrebbero procurarsi le divise necessarie per pagare le importazioni di prodotti cotonieri e macchinari britannici.

 

Grazie a una accorta campagna propagandistica, promossa dagli industriali cotonieri Cobden e Bright, nel 1846 viene abolito il protezionismo granario e l’Inghilterra si orienta verso il libero scambio, rafforzato tra il 1849 e il 1859 dall’abolizione dei seicenteschi atti di navigazione (che favorivano le navi inglesi rispetto a quelle straniere), e dall’introduzione di una tariffa doganale liberistica nel 1860, nonché dalla stipulazione contemporanea di un trattato commerciale anglo-francese, che sarà il modello di molti altri trattati commerciali e che, grazie alla clausola della nazione più favorita, assicura una riduzione automatica e generalizzata dei dazi.

 

La clausola della nazione più favorita significa che se una delle due parti aveva negoziato un accordo con un paese terzo, la controparte nel trattato avrebbe beneficiato automaticamente di qualsiasi tariffa più bassa eventualmente accordata a quest’ultimo. In altri termini entrambi i contraenti del trattato anglo-francese avrebbero beneficiato del trattamento accordato alla nazione più favorita.

 

La Gran Bretagna, che era a quell’epoca virtualmente liberoscambista, non aveva potere contrattuale per negoziare con altri paesi, mentre la Francia applicava ancora alti dazi sulle importazioni di merci degli altri paesi. Nei primi anni Sessanta la Francia stipulò trattati col Belgio, lo Zollverein (l’area doganale liberoscambista che dal 1834 raggruppava i principali stati tedeschi), l’Italia, la Svizzera, la Scandinavia e, in pratica, quasi tutti i paesi europei a eccezione della Russia.

 

Il risultato di questi nuovi trattati fu che se la Francia applicava un dazio più basso, poniamo, sulle importazioni di ferro dallo Zollverein, i produttori britannici beneficiavano automaticamente di queste tariffe ridotte. Non basta: alla serie di trattati negoziati dalla Francia con tutta Europa, si aggiunsero quelli stipulati tra gli altri paesi europei, tutti contenenti la clausola della nazione più favorita.

 

Conseguenza di ciò era che ogni qual volta entrava in vigore un trattato aveva luogo una riduzione generale delle tariffe. Per circa un decennio, tra gli anni Sessanta e Settanta del XIX secolo, l’Europa arrivò più vicina al completo libero scambio di quanto lo sia mai stata fino a dopo la seconda guerra mondiale.

 

L’epoca del libero scambio declina verso la fine degli anni Settanta, allorché tutti i paesi, a eccezione dell’Inghilterra, tornano a un politica doganale protezionistica.

 

Le ragioni generali del rinnovato protezionismo sono essenzialmente due:

 

1)la depressione agraria causata dall’arrivo in massa di cereali americani e russi sui mercati europei;

 

2) la diminuzione dei prezzi e dei profitti industriali, imputabile alla precedente crescita degli apparati produttivi e all’accentuata concorrenza che debbono farsi per smaltire i prodotti.

 

Il generalizzato ritorno al protezionismo, tuttavia, non bloccò la crescita del commercio internazionale che, dopo una fase di rallentamento successiva al 1873, a partire dal 1896, grazie all’intenso sviluppo economico, riprese vigore crescendo a livelli sempre più elevati: il commercio, come parte del prodotto mondiale lordo, passò dal 3% nel 1800 a oltre il 33% nel 1913, con un aumento in termini reali del 24,1% per decennio; parecchie stime differenti concordano nel fatto che fra il 1850 e il 1913 il commercio mondiale decuplicò.

 

La prima guerra mondiale e la crisi del 1929 segnarono una nuova svolta nell’andamento dei commerci poiché per fronteggiare gli eventi bellici e successivamente l’eccesso dell’offerta che gettò l’economia mondiale in una depressione prolungata i governi ricorsero alla soluzione di aumentare ancora il protezionismo e ristrutturare le proprie economie in termini sostanzialmente autarchici.

 

 

L’evoluzione dopo la seconda guerra mondiale

 

Il cinquantennio seguito alla seconda guerra mondiale è teatro di una straordinaria evoluzione e trasformazione dell’economia mondiale. In materia di commercio si assiste a una progressiva tendenza alla cooperazione internazionale in tema di tariffe e aree di libero scambio al fine di smantellare il protezionismo e integrare sempre più il mercato globale.

 

Già nel 1944, nel corso della conferenza internazionale di Bretton Woods, era stata prevista la creazione di un’organizzazione internazionale per il commercio (International Trade Organization = ITO), che avrebbe dovuto formulare le regole di scambi equi fra le nazioni. Ulteriori conferenze furono organizzate a questo fine, ma il meglio che si potè ottenere fu il molto più limitato accordo generale nelle tariffe e il commercio (General Agreement on Tariffs and Trade = GATT), firmato a Ginevra nel 1947.

 

I firmatari si impegnavano a estendere reciprocamente la clausola della nazione più favorita (cioè a non discriminare nei confronti degli altri paesi), a cercare di ridurre le tariffe, a non ricorrere a restrizioni quantitative (contingenti), abolendo quelli già esistenti, e a consultarsi prima di ogni importante cambiamento di politica.

 

Queste clausole erano molto meno di quanto si era sperato con l’ITO, e non sempre furono osservate nella pratica; tuttavia sotto gli auspici del GATT si tennero numerose conferenze internazionali per le riduzioni tariffarie, che contribuirono in modo significativo a ridurre le barriere commerciali. Ventitrè nel 1947, i paesi membri del GATT erano divenuti oltre 80 venti anni più tardi.

 

La progressiva liberalizzazione del commercio mondiale, sotto l’egida del GATT, è stata scandita da otto conferenze, indette periodicamente per aggiornare l’accordo e a cui partecipano tutti i paesi firmatari. L’ultima conferenza, l’”Uruguay round”, si è conclusa nel dicembre 1993, e con essa si è anche stabilito di sostituire il GATT con un’organizzazione permanente per la risoluzione delle controversie commerciali internazionali (WTO).

 

Il WTO, nato in seguito allo scioglimento del GATT nel 1994, ha il compito di sorvegliare e influenzare lo sviluppo del commercio internazionale nel rispetto dei principi del multilateralismo e del mutuo vantaggio. Esso può agire anche come tribunale arbitrale internazionale, competente a dirimere tutte le questioni relative agli scambi economici internazionali sorte tra i paesi aderenti; può anche imporre misure coercitive nei confronti di quegli stati che abbiano violato le regole generali dell’organizzazione.

 

Altrettanto importante, ai fini della crescente liberalizzazione e integrazione commerciale internazionale, fu la creazione di alcune organizzazioni economiche a carattere continentale. Le principali tra queste sono:

 

la CE (Comunità Europea), nuova denominazione della Comunità Economica Europea (CEE) con l’entrata in vigore del trattato sull’Unione Europea (Maastricht 7/2/1992).

 

Essa fu istituita con il Trattato di Roma del 25/3/1957 da parte dei sei paesi già membri della CECA (Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio) e cioè Italia, Francia, Paesi Bassi, Lussemburgo, Belgio e Germania Federale; nel 1973 vi aderirono anche Gran Bretagna, Danimarca e Irlanda; nel 1981 Grecia, 1986 Spagna e Portogallo e nel 1995 Svezia, Austria e Finlandia.

 

L’obiettivo principale della CE è quello di realizzare una progressiva integrazione degli stati europei sia in campo economico che in quello politico, eliminando le barriere che ancora si frappongono alla libera circolazione delle persone, delle merci, dei capitali e dei servizi.

 

Il NAFTA (North American Free Trade Agreement), zona di libero scambio fra USA, Canada e Messico, istituita dopo lunghe trattative avviate nel 1991, tra gli stati interessati, nell’agosto del 1992.

 

Suo fine primario è quello di migliorare le relazioni economiche tra i paesi aderenti attraverso uno sviluppo delle specializzazioni intra-industriali. Aumentando in tal modo sia le possibilità di sfruttare le economie di scala in specifici settori produttivi, sia le possibilità di ampliare l’offerta dei beni dei singoli stati, il NAFTA si propone di ridurre, e al limite sostituire, alcune importazioni provenienti da paesi terzi.

 

A differenza della CE il NAFTA non instaura alcun mercato comune per il movimento dei lavoratori: gli accordi, infatti, prevedono soltanto la graduale soppressione di ostacoli agli scambi di merci e ai movimenti di capitali tra i tre stati.

Il MERCOSUR (Mercato Comune del Cono Sud dell’America Meridionale), costituito il 26/3/1991 da Argentina, Brasile, Uruguay e Paraguay con il trattato di Asuncion; sono membri associati il Cile e la Bolivia.

 

Scopo principale è la creazione di un mercato comune per favorire lo sviluppo del commercio dei paesi membri, utilizzando una tariffa comune verso l’estero. I principi generali che ne ispirano l’azione si basano sull’integrazione regionale come condizione fondamentale di sviluppo economico, sul coordinamento delle politiche economiche degli stati membri e sulla promozione dell’integrazione globale in America Latina.

 

Il MERCOSUR si propone, inoltre, di completare l’unione doganale entro dieci anni dalla sua creazione, eliminando ogni residua tariffa interna e procedendo all’armonizzazione delle politiche nazionali.