Marioni Katia1 , William B. Thomas2
1Istituto di Clinica Medica Veterinaria, Università di Parma.
2Dept. of Small Animal Sciences, University of Tennessee.
Casi di discospondilite sono abbastanza frequenti nella pratica clinica e in genere non costituiscono un problema nè per la diagnosi, nè per la terapia, ma talvolta ad una più accurata indagine clinica, rivelano la presenza di una patologia sistemica molto più complessa.
E' questo il caso della brucellosi: una patologia subdola, che negli Stati Uniti viene facilmente riconosciuta e diagnosticata negli allevamenti canini con problemi endemici di fertilità ed aborti (Johnson, 1995), ma che rappresenta una sfida diagnostica nel caso di singoli animali non riproduttori.
Infatti, i segni di un'infezione da Brucella canis, se si escludono quelli riferibili all'apparato riproduttivo, sono aspecifici e di modesta rilevanza.
Dermatiti, uveiti, osteomieliti, endocarditi e, come nel caso oggetto della presente nota, discospondiliti (Kerwin, 1992; Henderson, 1974) possono quindi essere spie di un'infezione brucellare rischiosa per la salute sia dell'animale, sia del proprietario, dal momento che la brucellosi canina rappresenta anche un rischio zoonotico (Kornegay, 1983; Johnson, 1995).
Nel corso di un recente soggiorno di studio negli USA ho avuto modo di osservare un caso di malattia articolare nel cane sostenuta da B.canis, che ritengo opportuno segnalare, in quanto emblematico di una situazione clinica relativamente frequente in quel Paese e che potrebbe divenire tale anche in Europa.
I cani hanno una buona resistenza nei confronti di Brucella suis, B. melitensis, B. abortus, per cui l'infezione con questi ceppi brucellari determina tutt'al più fenomeni infettivi localizzati (orchiti, aborti, osteomieliti, poliartriti, discospondiliti) e limitati a singoli soggetti (Henderson 1974). L'infezione da Brucella canis, invece, ha un'alta morbidità e tutti i soggetti facenti parte di un allevamento o di un canile dove si sia isolata B. canis sono esposti al rischio del contagio, che porta a gravi conseguenze soprattutto dal punto di vista riproduttivo.
Brucella canis è un piccolo coccobacillo aerobico Gram-negativo, che infetta i canidi e, raramente, l'uomo.
Nelle femmine la trasmissione della malattia avviene soprattutto attraverso il coito, il materiale abortito e le secrezioni lattee, ma è possibile anche la diffusione tramite le urine e le secrezioni mucose, anche se di minore importanza per lo scarso numero di microrganismi eliminati con questi secreti. Per i maschi la trasmissione dell'infezione avviene essenzialmente attraverso il coito e i microrganismi sono rinvenibili nelle urine solo per 3 mesi a partire dall'inizio della batteriemia, mentre nello sperma B. canis è presente in alto numero nelle prime 6-8 settimane, dopodichè il microrganismo si localizza nell'epididimo e nella prostata, da cui viene escreto in maniera incostante anche per 1-2 anni. La batteriemia si verifica a 1-4 settimane dall'infezione e può persistere da pochi mesi fino a 4 o 5 anni. Dopo 4-12 settimane si sviluppano anche i titoli anticorpali, che rimangono elevati per tutta la durata della batteriemia, ma che non sono comunque protettivi nei confronti di B. canis, che è un ospite intracellulare. Quando il microrganismo ripara nei tessuti, i titoli anticorpali diminuiscono, ma i tests sierologici risultano ancora positivi, anche se l'isolamento del batterio è assai arduo.
I soggetti sintomatici presentano, se si tratta di maschi, orchite (generalmente unilaterale), epididimite, iniziale aumento delle dimensioni dei testicoli, alterazione della qualità dello sperma, con successive azoospermia, atrofia testicolare e prostatite.
Le cagne, invece, sono apparentemente sane, ma vanno incontro ad aborti ripetuti. Nella maggior parte dei casi si tratterà di aborti tardivi, tra il 45° ed il 55° giorno di gestazione, ma può verificarsi anche riassorbimento embrionale, aborto precoce, natimortalità o nascita di cuccioli batteriemici per diversi mesi (Feldman e Nelson, 1992).
In entrambi i sessi la sintomatologia sistemica è scarsa e non c'è ipertermia neppure durante la fase batteriemica, forse per l'assenza di endotossine batteriche (Carmichael, 1968). Sono stati segnalati, invece, reazione linfonodale sistemica e splenica (Feldman e Nelson, 1992) ed il coinvolgimento di altri tessuti, con manifestazioni quali uveite ricorrente, discospondilite del tratto toraco-lombare, osteomielite e dermatite (Johnson, 1995).
Le prove sierologiche più significative ai fini diagnostici sono:
- l'agglutinazione rapida su vetrino, veloce ma soggetta a falsi positivi;
- l'agglutinazione lenta in provetta, più attendibile e la cui aggiunta di 2-mercaptoetanolo sembra aumentarne la specificità,
- l'immunodiffusione su agar gel, considerata la più sensibile ed attendibile delle prove, ma dall'esecuzione più indaginosa.
La diagnosi definitiva, però, si basa esclusivamente sull'isolamento del microrganismo, che può essere effettuato da colture di sangue, latte, urine, scolo vaginale, materiale abortito, sperma, linfonodi e midollo osseo.
In realtà, l'isolamento del germe è molto difficile ed è più probabile da sangue intero, se prelevato all'inizio della batteriemia.
Un cane meticcio, femmina, sterilizzata, di 6 anni d'età e del peso di 19 kg, è stata presentata al servizio neurologico dell'Ospedale Veterinario dell'Università del Tennessee a causa di una persistente dolorabilità a livello della porzione toracica della spina dorsale.
Il cane proveniva da un ente protezionistico ed il proprietario ne era entrato in possesso da circa 1 anno; sia la profilassi vaccinale contro le principali malattie di specie, sia quella contro la filariosi venivano attuate regolarmente.
Secondo il proprietario, da circa un mese l'animale manifestava algìa quando veniva sollevato da terra, i suoi movimenti apparivano rallentati e l'appetito diminuito.
Il veterinario curante aveva prescritto una terapia antinfiammatoria (desametasone e carprofen), che aveva indotto solo un leggero miglioramento delle condizioni dell'animale.
All'esame obiettivo generale il soggetto si presentava tachipnoico, con polso femorale di 60 battiti al minuto e temperatura corporea di 39,3°C. Le mucose apparivano rosee e, alla palpazione, tutti i linfonodi superficiali erano nella norma.
All'esame obiettivo particolare del sistema nervoso lo stato mentale, la postura e l'andatura del cane apparivano tutti nella norma: unico rilievo significativo, l'attegiamento lievemente cifotico dell'animale. L'esame dei nervi cranici, dei riflessi posturali e spinali non apportava alcun dato significativo, mentre all'esame della sensibilità dolorifica, si evidenziava un'area di iperestesia a metà del tratto toracico della colonna vertebrale.
Gli esami ematologici rivelavano una leucopenia (3.800 leucociti per microlitro) con rispetto delle normali percentuali della formula leucocitaria ed una modesta piastrinopenia. Si eseguiva anche un esame citologico del midollo osseo, mediante un ago aspirato dalla fossa trocanterica del femore, il cui risultato indicava la presenza di iperplasia mieloide.
I parametri biochimici clinici apparivano tutti sostanzialmente nella norma, ma le urine presentavano aspetto torbido, innalzamento del peso specifico (1040), tracce di proteine e rari leucociti.
All'esame radiologico venivano evidenziate lesioni interessanti gli spazi intervertebrali T6-7 e T7-8 (FIG.1).
Figura 1. Radiografia in proiezione latero-laterale della porzione toracica della spina dorsale. Si notano delle aree radiolucenti nelle epifisi vertebrali a livello degli spazi T6-7 e T7-8. In corrispondenza dello spazio T6-7 è presente una proliferazione ossea a ponte, indice di un processo cronico esitato in una spondilosi.
Lo spazio T6-7 risultava essere ristretto se paragonato agli spazi vicini, per cui il disco intervertebrale era probabilmente andato incontro a fenomeni degenerativi, che ne avevano modificato lo spessore o la posizione tra i piatti vertebrali. Anche questi ultimi avevano subito una degenerazione che aveva portato ad un rimodellamento dei margini delle epifisi vertebrali, mentre ventralmente ai corpi vertebrali sempre di T6 e T7 si notava una neoformazione di osso che andava assumendo la forma di un ponte e che deponeva per un processo cronico o spondilosi (FIG.2).
Figura 2. Particolare della figura precedente. E' ben visibile un'area radiolucente con i margini del piatto vertebrale di T7 e T8 sclerotici. Lo spazio intervertebrale T6-7 appare ristretto, i margini delle epifisi vertebrali sono irregolari e vi sono chiari segni di spondilosi deformante.
A livello dello spazio intervertebrale T7-8 si osservava un'area radiolucente che pareva originare dallo spazio intervertebrale e si estendeva in maniera simmetrica alle epifisi vertebrali contigue, i cui margini, più radiopachi, denunciavano la presenza di un processo di sclerosi (FIG.2).
La diagnosi iniziale, desunta in particolare dai rilievi radiografici, è stata di turbe dolorifiche motorie da discospondilite dello spazio intervertebrale T7-8 e spondilosi deformante in corrispondenza dello spazio T6-7.
In attesa dei risultati degli esami colturali effettuati sui campioni di sangue ed urine e degli esami sierologici di routine nei casi di discospondilite, è stata instaurata una terapia iniziale con cefalessina, alle dosi di 500 mg PO 2 volte al dì, con la raccomandazione di limitare l'attività fisica del cane.
L'indagine sierologica ha dato risultati positivi per Brucella canis, sia al test dell'agglutinazione in provetta con 2-mercaptoetanolo, sia al test dell'immunodiffusione su gel di agar, effettuato con antigeni citoplasmatici.
L'emocoltura ha confermato questi risultati, evidenziando positività per Brucella canis, così come l'urocoltura: 33.000 UFC/ml di B. canis e 1.000 UFC/ml di Staphylococcus (probabile contaminante).
La diagnosi finale è stata, dunque, di discospondilite associata ad infezione da Brucella canis, per cui la terapia è stata modificata a favore di una somministrazione di enrofloxacin 5 mg/kg PO ogni 12 ore, protratta per 8 settimane, come suggerito da Kerwin e coll. (1992) e da Mateu-de-Antonio e coll.(1995).
Follow up: nel volgere di 1 settimana si è avuta la regressione completa della sintomatologia clinica e, a distanza di 6 mesi, il proprietario ha riferito delle buone condizioni di salute dell'animale, senza segni di recidive.
Le lesioni evidenziate all'esame radiografico depongono, abbastanza chiaramente, per un fatto infettivo a livello del disco intervertebrale e dei corpi vertebrali delle vertebre contigue.
Le forme di discospondilite si distinguono, a seconda dell'eziologia, in traumatica, iatrogena, da corpo estraneo ed ematogena. Le ematogene sono quelle di più frequente riscontro, si verificano per migrazione attraverso il circolo ematico di germi provenienti da infezioni della pelle, gengivali, del tratto genito-urinario o delle valvole cardiache (Braund, 1994).
Vi sono poi due ipotesi eziopatogenetiche, una che fa risalire l'arrivo dei microrganismi ai capillari arteriosi vertebrali, che determinano un rallentamento del circolo a livello dei corpi vertebrali. L'altra ipotesi, invece, considera come punto di partenza dell'infezione il disco intervertebrale, che riceve l'irrorazione dall'anulus fibroso (Corlazzoli, 1994).
Nel caso in questione, sono state escluse sulla base dell'anamnesi le possibili cause traumatiche e iatrogene. Il tipo di lesione rinvenuta a livello dello spazio T7-8, cioè la lisi perfettamente simmetrica dei piatti vertebrali delle vertebre contigue, fa ritenere più probabile una causa ematogena ad insorgenza dal disco intervertebrale.
Queste lesioni depongono per un'infezione recente a livello dello spazio T7-8, a motivo dei fenomeni litici e della reazione periostale responsabile della sclerosi dei piatti vertebrali. Per l'articolazione T6-7, invece, è evidente un restringimento dello spazio intervertebrale, il rimodellamento dei margini vertebrali e la proliferazione ossea che ha formato un ponte fra questi ultimi, testimonianza di un'evoluzione cronica della malattia in questa sede.
Il tipo di lesione non fornisce, comunque, alcuna indicazione sull'agente causale. In genere si tratta di Stafilococchi coagulasi positivi, come S. aureus o S. intermedius, ma sono stati isolati anche altri organismi: oltre a Brucella canis, Streptococcus canis, Nocardia, Escherichia coli, Alcaligenes spp., Micrococcus spp., Proteus spp., Corynebacterium dyphteroides, Mycobacterium avium ed alcuni funghi, come Aspergillus terreus e Paecilomyces varicoti (Braund, 1994).
Finora in Italia non è stato segnalato nessun caso di infezione da B. canis, nonostante siano state riportate positività sierologiche in diverse regioni italiane (Ciuchini e al. 1982, Colella e al. 1980, Valente e al.1991, Vesco e al. 1987). Manca, però, la conferma fornita dall'isolamento del microrganismo, nè si può escludere che si sia trattato di positività crociate o aspecifiche, anche se i cani sono considerati relativamente resistenti a B. melitensis, B. abortus e B. suis.
Ciuchini e coll. (1982) hanno testato cani della zona di Roma tramite l'agglutinazione rapida su vetrino semplice, con aggiunta di 2-mercaptoetanolo, e la sieroagglutinazione lenta. Tutte e tre le suddette prove hanno mostrato una buona concordanza, l'aggiunta del 2-mercaptoetanolo ne ha migliorato la specificità e tutti i sieri sono stati saggiati per B. abortus con esiti negativi. I risultati di questa ricerca, incidenza di positività per B. canis dell'1,3% in cani da compagnia e del 2,4% in cani randagi, sembrano dunque avere una buona attendibilità.
Che la brucellosi non fosse mero appannaggio di animali da reddito quali ovini, caprini e bovini è un fatto riconosciuto, ma forse non tutti hanno preso in considerazione il cane come soggetto di un'infezione brucellare non occasionale, ma endemica, sostenuta da uno stipite specifico per la specie canina ed occasionalmente per l'uomo.
Ciò dipende in massima parte dal fatto che Brucella canis non è responsabile di un'infezione dalla sintomatologia eclatante o patognomonica, per cui si rende assai difficile individuare l'animale durante la fase batteriemica o di secrezione dei microrganismi. La fase escretoria, inoltre, può avvenire in maniera discontinua o può venire mascherata da tentativi terapeutici indirizzati a risolvere quei fenomeni infiammatori aspecifici, come una discospondilite, che sono in realtà spie dell'infezione brucellare.
Si comprende, dunque, come in Italia non sia stato possibile isolare il microrganismo, nonostante i tests sierologici effettuati in diverse regioni siano risultati positivi. Questi tests, ed in particolare l'agglutinazione lenta in provetta con aggiunta di 2-mercaptoetanolo e l'immunodiffusione su gel di agar, hanno una buona attendibilità e specificità, ma sono attuabili in pochissimi laboratori del nostro paese.
Al di là di tutte queste considerazioni di ordine pratico, però, il motivo fondamentale per cui Brucella canis non è stata isolata risiede molto probabilmente nella carenza di informazioni che la riguardano. Per questa ragione ho ritenuto fosse utile la presentazione di un caso clinico che, sebbene geograficamente molto lontano da noi, mostri quale sia l'iter diagnostico più corretto per tentare di isolare il microrganismo.
E' vero che nel sud-est degli Stati Uniti la brucellosi canina è piuttosto diffusa, ma segnalazioni a riguardo ci pervengono anche da paesi europei come Francia e Germania. Considerata la facilità con cui gli animali domestici, soprattutto i cani, attraversano i confini europei per partecipare a competizioni o semplicemente al seguito dei proprietari non è difficile immaginare che ben presto anche la brucellosi canina potrà divenire una realtà ambulatoriale.
RINGRAZIAMENTI
Ringrazio il Dr. W.B.Thomas dell'Università del Tennessee, USA per avermi dato la possibilità di presentare questo caso clinico, che ho potuto seguire insieme a lui.
PAROLE CHIAVE: Brucella canis, discospondilite, cane.
KEY WORDS:Brucella canis, diskospondylitis, dog.
RIASSUNTO. Un cane meticcio, femmina sterilizzata, di 6 anni d'età e 19 kg. di peso è stata sottoposta a visita clinica in quanto sofferente di dolorabilità alla spina dorsale. A livello dello spazio intervertebrale T7-8 sono state evidenziate, attraverso l'esame radiologico, alterazioni indicative di discospondilite.
L'agglutinazione in provetta con 2-mercaptoetanolo ed il test di immunodiffusione su gel di agar per Brucella canis sono risultati entrambi positivi. B.canis è stata, inoltre, isolata dopo coltura del sangue e delle urine.
Il cane è stato trattato con Enrofloxacin per 8 settimane, dopo 1 settimana di trattamento si è avuta la remissione della sintomatologia clinica e a distanza di 6 mesi non è stato evidenziato alcun segno di recidiva.
In Italia, la presenza di infezioni da Brucella canis deve ancora essere provata, poichè il microrganismo è difficilmente isolabile, ma vi sono già segnalazioni di prove sierologiche risultate positive anche nel nostro paese.
SUMMARY.A 6-year-old, 19 kg, spayed female, mixed breed dog was examined because of spinal pain. Radiographic abnormalities typical of diskospondylitis were seen at the T7-8 intervertebral space. Results of the 2-mercaptoethanol tube agglutination test and the agar gel immunodiffusion test for Brucella canis were both positive. Results of bacterial cultures of blood and urine were also positive for B.canis.
The dog was treated with enrofloxacin for 8 weeks, after 1 week he was clinically normal and after 6 months there were no signs of recurrence.
In Italy the presence of Brucella canis infections has still to be confirmed, because the microrganism is not easily isolated, but there are some reports about positive serotests for B.canis also in our country.
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI