Zannetti, Ubaldi, Fusari, Cristini, Lazzarelli. INTOSSICAZIONE IATROGENA DA RAME NELLA PECORA

Zannetti G.1, Ubaldi A.2, Fusari A.2, Cristini L.3, Lazzarelli S.2

1Istituto di Clinica Medica Veterinaria, Università degli Studi di Parma
2 Istituto di Diagnostica e Tossicologia Sperimentale Veterinaria, Università degli Studi di Parma
3 Associazione Provinciale Allevatori di Parma

PREMESSA

La peculiare sensibilità degli ovini all'eccesso di rame nella razione è ben nota agli operatori zootecnico-veterinari specializzati in questa specie animale, ma lo è molto meno fra quanti svolgono saltuariamente la loro attività nel settore ovicaprino ovvero operano in diversi tipi di attività zootecnica, fra i quali, occasionalmente, si trovano anche gli ovini.
Del resto, la maggioranza degli allevamenti ovini è concentrata in aree relativamente ristrette del nostro Paese (Toscana, Puglia, Grandi Isole), ma insediamenti zootecnici di apprezzabile consistenza sono presenti (e altri ne stanno sorgendo!) in altre zone d'Italia, spesso "in coabitazione" o in sostituzione di preesistenti allevamenti di bovini, suini, ecc.
In questa situazione è facile che, anche da parte di tecnici o addirittura di veterinari con scarsa esperienza "specie-specifica", gli ovini vengano considerati sotto il profilo nutrizionale, terapeutico, ecc. come dei «piccoli bovini», cui si applicano, mutatis mutandis esclusivamente in proporzione al peso vivo, le stesse sostanze e con le medesime finalità previste per i grandi ruminanti.
E' il caso dell'integrazione rameica che, applicata con successo nell'alimentazione della vacca da latte, può scatenare negli ovini gravi eventi tossici se usata in dosi ridotte in base al solo parametro del peso corporeo rispetto a quelle applicate ai bovini.
Alla descrizione di un episodio di questo tipo è dedicata la presente nota, in cui verranno discusse anche le implicazioni di ordine clinico e gestionale di questa tossicosi.

OSSERVAZIONI PERSONALI

Oggetto delle nostre osservazioni è stato un gregge di circa 600 pecore di razza sarda allevate in regime di pascolo libero su terreni golenali del fiume Po e dei suoi affluenti di destra nelle provincie di Parma e Reggio Emilia. A detti animali erano somministrati anche mangimi composti integrati, nonchè un integratore minerale del commercio.
I problemi clinici di allevamento hanno avuto inizio nel corso dell'estate del 1995, quando nel gregge sono comparsi numerosi casi di debilitazione generale con evidente ipodinamia e svogliatezza nelle pecore gravide, nonchè calo della produzione lattea e della qualità della lana in quelle in lattazione, in un quadro più generale di anoressia-disoressia dell'intero gregge.
Detta fenomenologia, ancorchè non grave nelle sue fasi iniziali e attribuita alle elevate temperature estive del periodo, era peraltro esitata nella morte di una decina di capi adulti nell'autunno dello stesso anno, che fu attribuita, sulla base anche di riscontri anatomo-istopatologici e batteriologici a fatti di gastroenterotossiemia da probabile infezione clostridica, propiziata dall'alimentazione più ricca della stagione estiva. In effetti, i referti di detti accertamenti facevano riferimento a emorragie petecchiali diffuse alla muscolatura scheletrica, splenomegalia, lesioni epatiche di varia entità e prevelentemente a carattere steatosico-emorragico, congestione fino all'emorragia diffusa a carico del piccolo intestino, congestione ed edema dei reni con fatti autolitici precoci (rene molle) in alcuni casi, isolamento pressochè costante di Clostridium perfrigens dal piccolo intestino; in tutti i soggetti esaminati, infine, era presente ittero, anche se con intensità diversa nei diversi soggetti.
Gli interventi terapeutici e profilattici ad hoc basati sulla suddetta ipotesi diagnostica non sortivano, però, alcun effetto positivo che, pure, era atteso in tempi brevi, in quanto basati sulla vaccinazione specifica, nonchè su una manovra dietetica in senso ipoproteico, con un consistente aumento dell'apporto di fibra grezza da paglia e fieno e con un intervento farmaco-dietetico in senso acidificante.
Lo stillicidio di morbilità e di mortalità fra le pecore in questione continuava così senza alcune remissione significativa, portando a morte circa 50 capi fra gli oltre 150 complessivamente coinvolti nel processo morboso in questione.
Le pecore che superavano la fase acuta, peraltro, uscivano gravemente debilitate dalla malattia, tanto che alcune di esse dovevano essere avviate alla macellazione, in quanto non ricuperavano più una "forma" zoo-produttiva che ne giustificasse l'allevamento.
Il protrarsi incontrollato della patologia sopradescritta, che appariva insensibile al pur consistente intervento terapeutico prontamente messo in atto, induceva il veterinario curante a sollecitare un intervento diagnostico da parte degli AA. della presente nota.
Ulteriori accertamenti clinico-diagnostici eseguiti in questa fase dell'evoluzione del caso in discussione confermavano lo stato di debilitazione generale delle pecore, con grave anemia, disidratazione, tachicardia, ipodinamia, nonchè comparsa di ittero, irruminazione e ipotermia nelle fasi più avanzate ed in quelle terminali della malattia.
In pari tempo, si procedeva all'esecuzione di prelievi di sangue nelle pecore ammalate e in un campione consistente delle pecore ancora apparentemente sane. Su detti campioni ematici si eseguiva innanzitutto l'esame emocromocitometrico che metteva in evidenza un quadro riferibile ad una grave anemia ipocromica e macrocitica (tab. 1).

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Tabella n. 1: valori medi e di deviazione standard di parametri plasmatici di pecore con intossicazione da rame.


Gli accertamenti ematochimici (tab. 2) evidenziavano nelle pecore ammalate, anche in stadi precoci della malattia, ipoalbuminemia, ipolipidemia, ipoglicemia, iperkaliemia, ipercupremia; erano presenti, inoltre, valori serici multipli di quelli fisiologici per quanto riguarda gamma-GT, GOT e bilirubina totale, nonchè della creatininemia. Detti rilievi erano considerati significativi per la presenza di insufficenza epato- biliare subacuto-cronica da steatosi epatica, anche se la presenza di un'elevata concentrazione serica di rame male si inquadrava in un reperto come quello sopra descritto.

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Tabella n. 2: parametri ematologici di pecore con intossicazione da rame.
Legenda: Hct=ematocrito; Hb=emoglobina; RBC=globuli rossi; MCV=volume cellulare medio; MCH=contenuto emoglobinico cellulare medio; MCHC=contenuto emoglobinico percentuale; WBC=globuli bianchi.


In questa prospettiva e in mancanza di rilievi che consentissero di spiegare quest'ultimo reperto, si procedeva ad approfondire le indagini di laboratorio, al fine di definire eventuali concentrazioni anomale di rame in altri tessuti ed organi, nonchè di ricercare eventuali fonti di inquinamento da metalli inquinanti.
A tal fine si procedeva ad analisi specifiche, fra le quali la più rapida a fornire risultati indicativi era la colorazione specifica di campioni di tessuto epatico, prelevato da cadaveri di pecore nel frattempo venute a morte, per la ricerca del rame, che dava esito nettamente positivo; ulteriori accertamenti anatomo- e istopatologici confermavano la presenza di ittero genralizzato, grave steatosi, necrosi centrolobulare e imponente emolisi.
Alla luce di detti reperti, appariva ancora più giustificata, dunque, la ricerca del rame in campioni di acqua, fieno e mangime utilizzati per l'alimentazione degli animali, che dava i risultati espressi nella tab. 3. Si tratta di concentrazioni tutt'altro che elevate, anche se in almeno uno dei mangimi utilizzati in precedenza dall'allevatore il rame era presente in concentrazione molto superiore a quella obiettivata negli altri mangimi. In effetti, l'allevatore stesso non aveva difficoltà ad ammettere di avere acquistato detto mangime da un venditore che gli aveva assicurato la validità di detto presidio nutrizionale nelle miglioramento delle produzioni del gregge, anche se destinato alle vacche da latte.

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Tabella n. 3: concentrazione di metalli pesanti in alimenti somministrati a pecore con intossicazione da rame.


A questo punto il sospetto di un avvelenamento accidentale da rame attraverso l'alimentazione diventava consistente e si procedeva, di conseguenza ad ulteriori accertamenti analitici, sia sugli organi e tessuti degli animali morti, sia sugli alimenti somministrati in passato al gregge in questione.

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Tabella n. 4: concentrazione di rame in tessuti di pecore con intossicazione da rame.


Per quanto attiene agli accertamenti istochimici, i risultati (tab. 4) apparivano subito di entità positiva impressionante per quanto riguardava le concentrazioni di rame nel fegato, nel rene e nel cervello, decine o centinaia di volte multiple rispetto a quelle normali.
Ancora più sconcertanti, peraltro, apparivano le indagini anamnesiche retrospettive, che consentivano di reperire in allevamento alcuni "cartellini" relativi ad un integratore minerale per vacche da latte che l'allevatore stesso ammetteva con qualche reticenza di avere somministrato fino a poco tempo prima alle proprie pecore. Detto integratore conteneva 470 mg/kg di rame e, per ammissione dello stesso allevatore, era stato somministrato per almeno 6 mesi in dosi pari a 50 grammi/capo/giorno.
Un rapido calcolo delle dosi giornaliere di rame assunto dalle pecore in oggetto consentiva di quantificare il ruolo assunto dal rame nel determinismo della malattia che stava lentamente decimando il gregge e la diagnosi finale veniva doverosamente modificata in sindrome di insufficenza epato-biliare e renale acuto-subacuta con imponenti fatti emolitici da eccesso di integrazione cuprica, con complicazioni ittero-emorragiche da steatosi, nefrosi e dismicrobismo rumino-intestinale, ad esito spesso mortale.
Detta diagnosi minimizzava il "peso" eziopatogenetico della componente infettiva (clostridiosi) della sindrome, che pure era presente, confermando, in effetti, quanto già sospettato sulla base del quadro clinico, dell'evoluzione del focolaio di malattia e della sua sostanziale insensibilità ai trattamenti terapeutici e profilattici già attuati nei primi momenti della malattia stessa sulla base dell'assunto diagnostico formulato in sede di primo intervento.

DISCUSSIONE

La diagnosi precedentemente specificata definisce una situazione clinico-zootecnica e umana del tutto "classica", in cui l'esigenza di realizzare produzioni elevate pone gli allevatori a rischio di gravi errori gestionali dei rispettivi armenti, spesso propiziati dall'incompetenza o dalla superficialità di alcuni fra quanti operano nel settore zootecnico con finalità commerciali o come fornitori di servizi.
Nella realtà della tradizione zootecnica italiana e, in particolare, dell'allevamento ovino (ma anche per le altre specie animali poco ci si discosta da questa situazione di fatto!), i venditori di materiali per uso zootecnico, soprattutto quelli a valore tecnologico elevato rispetto alla competenza dell'allevatore (mangimi composti, integratori per mangimi, attrezzature zootecniche, ecc.), svolgono infatti una ben consapevole funzione di aggiornamento culturale e professionale e, soprattutto, di assistenza tecnica agli allevatori.
Questa attività è tanto importante anche ai fini promozionali e commerciali che gli allevatori danno un peso rilevante, nella scelta delle ditte fornitrici, proprio all'assistenza tecnica fornita dalle stesse. Per questo scopo, le ditte che operano in zootecnia si giovano quasi sempre della collaborazione di specialisti e di esperti in tecnologie di allevamento (selezione, alimentazione, sanità, ecc.), anche se spesso le funzioni di assistenza tecnica e di vendita coesistono nelle stesse persone, talvolta per mera usurpazione di competenze e di titoli professionali o culturali o per avidità dei rispettivi "ritorni" economici.
Questo stato di cose provoca, infatti, frequenti sovrapposizioni o scambi di ruoli per cui ad esempio, l'addetto all'assistenza tecnica vende, oltre che consigli tecnici, anche prodotti della ditta di cui è dipendente mentre, per contro, il venditore impartisce nozioni tecniche finalizzate a "piazzare" i prodotti disponibili nel catalogo della propria ditta.
All'origine dell'evento zoopatologico in discussione c'è presumibilmente una situazione analoga a quella sopra descritta, che ha portato funzionari di una ditta mangimistica a prescrivere e a vendere, con sole finalità di "fatturato", un mangime composto e un integratore per mangimi destinati esclusivamente ai bovini, probabilmente perchè nel prontuario della ditta non era al momento presente nessun prodotto analogo, preparato e destinato agli ovini.
La sensibilità della specie ovina all'eccesso di rame nella dieta è ben nota da tempo ed è di entità tale da giustificare il "terrore" da parte di quanti hanno pratica di allevamento e di patologia degli ovini per le conseguenze di un apporto anche modesto di questo metallo, facilmente causa di un vero e proprio avvelenamento da rame.
Il rischio tossicologico da rame è esaltato dalle condizioni di forzatura alimentare che qualsivoglia effettivo animale in produzione zootecnica subisce per garantire produzioni economicamente proficue. Questo stato di cose "carica" la funzione epato-renale degli ovini fino al limite della tollerabilità biologica per le rispettive strutture anatomiche, tanto che "sforamenti" anche modesti dei limiti massimi di tollerabilità di questo elemento si esprimono in manifestazioni cliniche drammatiche, già descritte da tempo ed esaurientemente nella trattatistica (Haring, 1976; Sharman, 1983; Carlson, 1990; Manuale Merck Veterinario, 1995) e nella letteratura medico-veterinaria nazionale ed internazionale (Howell, 1980; Sommerville e Mason, 1985; Zannetti e coll., 1987; Martin e coll., 1988; Zannetti e coll., 1988; Suttle, 1990; Vieio, 1991; Zuric e coll., 1991; Gough, 1991; Robles e coll., 1993; Bires e Konrad, 1993; Sargison e coll., 1994; Roias e coll., 1995), per citare solo le segnalazioni bibliografiche più significative ed importanti apparse negli ultimi quindici anni sull'argomento.
Si tratta di una massa enorme di esperienze e di conoscenze scientifiche che non ha certamente uguali nella patologia tossicologica degli ovini e che testimonia della frequenza e rilevanza che la tossicità da rame in questa specie ha anche in Paesi ed in contesti zootecnici i più diversi.
In effetti, la dose tossica acuta di rame per unità di p.v. negli ovini è circa un decimo di quella nota per i grandi ruminanti ed è fissata fra 20 e 100 mg/kg p.v., mentre l'intossicazione cronica, ancora negli ovini, può verificarsi già con assunzione giornaliera di rame pari a 0,5 mg/kg p.v. Si tratta di quantitativi assai bassi, soprattutto se si considera che per questi animali esiste un apporto di rame del tutto inevitabile, ossia quello che deriva dall'assunzione di foraggi tradizionali (fieno, cereali, ecc.) che ne contengono quote variabili in relazione alla composizione chimica dei terreni sui quali sono raccolti, dell'acqua di abbeverata, dei pascoli, ecc. La tossicità del rame è influenzata, inoltre, dal rapporto fra concentrazione di questo metallo con quella del molibdeno o dello zolfo, elementi che interferiscono con l'assorbimento e la ritenzione epatica del rame stesso.
Il raggiungimento di concentrazioni organiche inevitabilmente tossiche di rame nel gregge oggetto della presente nota si è evidentemente realizzato con la somministrazione di un integratore minerale ad elevato contenuto in rame (470 mg/kg!). Detto integratore, distribuito e somministrato alle pecore in dosi di circa 50 grammi/capo/giorno, apportava circa 25 mg di rame al giorno, ai quali si aggiungevano quantità diverse dello stesso metallo derivanti dall'assunzione di fieno (circa 3 mg/capo/giorno), di mangime complementare (anch'esso con indicazioni esclusive per bovine da latte!), che apportava circa 15 mg/capo/giorno, per complessivi 43 mg/capo/giorno.
A questa già rilevante quantità, si deve aggiungere il rame contenuto nell'acqua di abbeverata, nella paglia di lettiera e nel pascolo occasionalmente offerto alle stesse pecore, che portava la razione quotidiana di rame su valori ben superiori a 25 mg/capo/giorno, dose in grado di indurre accumulo cronico "maligno" di rame nel fegato dei medesimi animali. E' parimenti evidente che l'apporto più consistente alle quantità tossiche giornaliere di rame assunte dalle pecore in questione era fornito proprio dalla somministrazione dell'integratore minerale, proposto per l'acquisto dai funzionari di vendita della ditta produttrice dell'integratore stesso, che pure erano consapevoli della destinazione esclusiva della preparazione all'alimentazione dei bovini.
Del resto, Il quadro clinico e l'evoluzione stessa della malattia che avevano colpito e condotto a morte parte delle pecore oggetto della presente nota coincidono perfettamente con quelli descritti nella letteratura precedentemente citata, in particolare la progressiva debolezza, l'anemia, l'ittero e il calo complessivo delle produzioni zootecniche.
In questo medesimo contesto clinico si inseriscono altrettanto logicamente i reperti emocromocitometrici ed ematochimici sul sangue di un campione significativo degli animali coinvolti nell'episodio morboso in questione. In questi rilievi dominano modificazioni significative per grave insufficenza epatica con steatosi (aumento di GOT e gamma-GT), in pieno accordo con quanto riportato da diversi AA. (Zannetti e coll., 1988; Zervas e coll. 1990; Sutherland e coll. 1992), nonchè quelle relative ad una attività emolitica ed ematopoietica anomala, come segnalano i parametri ematologici RBC, MCH e MCV (Carlson, 1990).
A questi sintomi corrispondono inevitabilmente le lesioni anatomo- e istopatologiche rilevate sui soggetti venuti a morte, in cui la necrosi epatica centrolobulare, l'ittero, l'emolisi, la splenomegalia, costituiscono un quadro inequivocabilmente legato all'avvelenamento da rame, come conferma la letteratura e la trattatistica precedentemente citata per quanto attiene ai reperti post-mortem caratteristici di questo tipo di tossicosi.
I reperti istochimici eseguiti sui visceri degli animali coinvolti nel processo morboso in discussione confermano ulteriormente questo assunto diagnostico, laddove mettono in evidenza concentrazioni di questo elemento comprese fra valori minimi di 24,4 mg/kg del cervello, di 10,8 mg/kg nel fegato, di 14,6 mg/kg nel rene e valori massimi multipli di questi: fegato 740 mg/kg, rene 21,6 mg/kg!
Sono quantitativi di rame enormi, incompatibili con la funzionalità dei parenchimi in cui sono stati ritrovati, addirittura multipli di quelli (fegato 150 mg/kg, rene 15 mg/kg) indicati in letteratura ( Sharman, 1983; Carlson 1990; Suttle, 1988; Gough, 1991) come significativi per la diagnosi di avvelenamento da rame.
Anche sotto il profilo diagnostico, in vivo e post mortem, tutti i dati disponibili nell'evento oggetto della presente nota concordano, dunque, nel definire un quadro di avvelenamento da rame e nell'indicare nell'eccesso di apporto di rame indotto dall'integratore destinato esclusivamente a vacche da latte la causa provata dell'avvelenamento nelle pecore in questione.
Per quanto attiene alla diagnosi primaria di patologia da clostridiosi nel gregge in oggetto, che pure è stata largamente superata dall'accertamento della presenza di un avvelenamento da rame, non è da escludere la reale presenza di complicazioni da batteri anaerobi in forma di tossinfezione da clostridi, da considerare peraltro come epifenomeno di turbe dismetaboliche, autotossiche e disimmunitarie indotte dall'avvelenamento cronico da rame.

CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

Sulla base di quanto precedentemente discusso sull'episodio dell'avvelenamento da rame caduto sotto la nostra osservazione, si ritiene di poter formulare le seguenti conclusioni:

BIBLIOGRAFIA