A. Luppi, A.M. Cantoni, A. Corradi, E. Cabassi ()
Istituto di Anatomia Patologica Veterinaria - Facoltà di Medicina Veterinaria - Università di Parma.
I tumori ossei benigni e maligni primitivi sono stati accuratamente studiati nel cane dove costituiscono un'entità neoplastica relativamente comune. La differenza nel rapporto comparativo tra neoplasie ossee primitive nell'uomo e nel cane sono da imputare sia alle diversità biologiche interspecifiche, sia alle non accurate ricerche necroscopiche effettuate nel cane, che rendono spesso i dati disponibili non completamente veritieri.
L'osteosarcoma o sarcoma osteogenetico è la più comune neoplasia maligna primitiva dello scheletro dell'uomo e degli animali domestici. Piuttosto rara da osservare in alcune specie, nel cane l'osteosarcoma rappresenta l'80-85% dei tumori ossei. In questa specie colpisce più frequentemente i soggetti di 5-7 anni d'età, di sesso maschile, di razze di taglia medio-grande (boxer, san bernardo, alano, pastore tedesco e setter irlandese).
Lo studio degli aspetti eziopatogenetici, epidemiologici e morfologici dell'osteosarcoma del cane, ha evidenziato numerose analogie con la stessa patologia nell'uomo. Negli ultimi anni, inoltre, l'utilizzo delle tecniche immunocito-istochimiche ha permesso di dimostrare caratteri comuni della neoplasia nelle due specie, anche dal punto di vista della biologia molecolare. Per questo motivo l'osteosarcoma del cane assume un ruolo molto importante, per la possibilità di utilizzare questa specie come modello sperimentale per l'uomo.
L'osteosarcoma (OSA) colpisce soprattutto animali appartenenti a razze di grossa taglia (boxer, san bernardo, alano, pastore tedesco e setter inglese) che presentano un rischio 60-185 volte maggiore rispetto alle razze di piccola taglia (1) (Tab.1).
Gli animali colpiti hanno età compresa tra pochi mesi e 18 anni (media di 7 anni e mezzo circa), con una maggiore incidenza nei soggetti maschi (55%) rispetto alle femmine (45%). A quest'ultima regola fa eccezione il san bernardo, nel quale invece si evidenzia una maggiore incidenza nelle femmine rispetto ai maschi (15).
Nel cane il 24% degli OSA colpisce in genere lo scheletro assiale (il 50% a livello di ossa del cranio ed il restante 50% a livello di vertebre e costole) (3); mentre il coinvolgimento dello scheletro appendicolare è piuttosto elevato (più del 70% dei casi), come riportato nella tabella 2.
Altre sedi di localizzazione sono le epifisi distali e prossimali del femore e della tibia, nonché le costole. Un'incidenza minore viene osservata a livello del rachide, delle ossa del cranio, delle scapole, dei metacarpi, metatarsi e ossa del bacino (17).
In uno studio condotto da Liu et al. su 183 cani colpiti da osteosarcoma i segmenti ossei maggiormente coinvolti sono risultati: il femore (20,4%), l'omero (19,5%), il radio (19,2%), la tibia (9,3%), il cranio (7,6%), le vertebre (6,5%), le coste (4,9%), la scapola (4,4%), l'ulna (4,4%), il bacino (3,3%) ed il metacarpo (2,2%) (17).
Theilen and Madewell indicano come siti maggiormente coinvolti da processi osteosarcomatosi l'omero prossimale, il radio e l'ulna distali e le porzioni distali e prossimali della tibia e del femore (28).
In uno studio condotto da Wolke e Nielsen, riportato da Moulton, il 68% degli osteosarcomi appare localizzato a livello di radio (23%), omero (19%), tibia (14%) e femore (14%).
Il rapporto tra localizzazione appendicolare anteriore e posteriore è un altro dato molto importante e sembra dipendere dalla razza: alano 6:1, san bernardo 2.3:1, setter irlandese 1.7:1, boxer 1:1 (28).
Sulla base dei dati riportati da Buracco, l'osteosarcoma del cane si localizzerebbe prevalentemente a livello di arto anteriore (47%), arto posteriore (29%), cranio e mandibola (11%) ed a livello di altre sedi (13%) (3).
Nell'uomo come in diverse specie animali è stata riconosciuta l'importanza di fattori predisponenti l'insorgenza dei tumori ossei. Le anomalie scheletriche, i corpi estranei, le radiazioni ionizzanti, le molecole oncogene, le infezioni virali, e la componente genetica sarebbero tutti elementi importanti nel determinismo di queste neoplasie.
Nell'uomo e negli animali certe malformazioni e malattie scheletriche (c.d. lesioni precancerose) potrebbero predisporre all'insorgenza di neoplasie ossee. Sempre nell'uomo è stato osservato come esostosi multiple o osteocondromi possano modificarsi in condrosarcomi nel 5-11% dei pazienti; mentre la malattia di Paget sembra predisporre a neoplasie ossee come l'osteosarcoma. Torna utile ricordare che nel cane e nel gatto alcune malformazioni o lesioni tumorali rappresentano il potenziale punto di partenza per l'instaurarsi di processi neoplastici come l'osteosarcoma e il condrosarcoma.
Anche la presenza di corpi estranei quali impianti metallici, schegge e trapianti ossei giocherebbe un ruolo determinante nell'insorgenza di queste neoplasie (28). Il periodo di intervallo fra osteosintesi ed insorgenza della neoplasia è in genere di 5-6 anni, con dati estremi di 6 mesi e 12 anni (3). Nell'uomo sono stati descritti casi di emangioendotelioma, endotelioma ed osteosarcoma, in pazienti con protesi metalliche lasciate in loco per la correzione di fratture (23). Anche nel cane è stata ripetutamente dimostrata l'insorgenza di tumori ossei in corrispondenza di focolai di frattura trattati con impianti metallici, non rimossi dopo la guarigione (25). Le ipotesi sul potere cancerogeno degli impianti metallici sono diverse e sarebbero da imputare alle caratteristiche tossiche del materiale utilizzato, agli effetti delle proprietà di superficie, al potenziale fisico-chimico creato da diversi metalli in contatto fra loro, alla risposta immunitaria dell'organismo nei confronti dell'impianto.
Altri fattori predisponenti possono essere complicazioni dovute all'allentamento della protesi e processi di non unione o di unione ritardata dei monconi di frattura (25).
Fenomeni corrosivi del materiale utilizzato per l'impianto avvengono con ogni tipo di metallo e la tossicità dei prodotti derivati varia secondo la composizione dell'impianto stesso.
Il cobalto, il cadmio, il nickel e le leghe di cobalto, di cromo e di molibdeno sono in grado di indurre neoplasie maligne ossee negli animali domestici. Lo zinco, il tungsteno, il ferro, il rame, il cromo, il berillio, il manganese e il molibdeno, nella loro forma pura non si ritiene siano cancerogeni, tuttavia, non si esclude che sali di questi metalli o loro leghe possano avere questo effetto.
Le radiazioni ionizzanti sono in grado di determinare l'insorgenza di neoplasie ossee come l'osteosarcoma, il condrosarcoma, il fibrosarcoma e l'emangiosarcoma (28).
La somministrazione sperimentale di radionuclidi come 220Ra, 226Ra, 224Ra, 239Pu, 229Th, 90Sr ha provocato l'insorgenza di neoplasie ossee in cani di razza beagle.
Il ruolo oncogeno di alcune molecole nell'insorgenza dell'osteosarcoma, è stato dimostrato per il metilcolantrene, l'ossido di berillio (che sarebbe in grado di indurre la formazione di osteosarcomi nel coniglio) ed il silicato di berillio e di zinco. L'aflatossina B1 e la procarbazina si sono rivelate responsabili dell'insorgenza di osteosarcomi in diverse specie di scimmie (28).
Nell'uomo e negli animali è stata ampiamente dimostrata la responsabilità di alcuni virus nell'insorgenza di neoplasie ossee (1,3,24). Fra questi citiamo il polyomavirus e l'SV40 in grado di determinare tumori ossei nel gatto, inoculato alla nascita e negli Hamsters siriani. Il virus del sarcoma murino appartenente ai Retrovirus tipo C è in grado di provocare processi osteosarcomatosi nei topi e negli hamsters. Altri virus tipo C denominati FBJ, FBR e RFB sono stati isolati nel corso di processi esostosici osteocondromatosi e nel tumore a cellule giganti dell'osso nel gatto (1,28).
Le mutazioni genetiche sono state riconosciute nell'uomo come un fattore fondamentale nell'insorgenza dell'osteosarcoma. La sovraespressione del gene cellulare MDM2 è stata indicata come responsabile nella genesi di alcuni osteosarcomi perché questa andrebbe a legare e ad inattivare la proteina p53 (che in condizioni normali è capace di monitorare l'integrità del DNA durante la divisione cellulare) con l'arresto delle funzioni apoptotiche (18).
In uno studio riportato da Mendoza è stato dimostrato che la localizzazione ed il tipo di mutazioni a carico di p53 in cani affetti da osteosarcoma scheletrico, sono praticamente identiche a quelle osservate nell'uomo (18).
Nell'uomo e nel cane è stato rilevato che numerosi osteosarcomi si sviluppano nelle zone di maggiore accrescimento osseo, dove l'attività mitotica cellulare è più elevata (alla base della placca di accrescimento femorale, dove si forma la spugnosa primaria o a livello dell'osso pagetico). Nel cane tali sedi sarebbero in corrispondenza delle cartilagini di accrescimento (radio distale e omero prossimale).
L'elevato numero di osteosarcomi descritti a carico della parte distale del radio, soprattutto nelle razze giganti, sarebbero da collegare al maggior carico cui sono sottoposti gli arti anteriori. Nei cani di piccola taglia, a conferma di questa ipotesi, la localizzazione dell'osteosarcoma si presenta diversamente ripartita (8).
La classificazione dei tumori primitivi dell'osso e quindi dell'osteosarcoma fa riferimento allo schema proposto dal WHO (Misdorp e Van Der Heul,1974) in cui i tumori ossei sono classificati secondo il tipo cellulare o tissutale che esprimono (Tab.3).
Nel 1984 Moulton ha formulato una classificazione basata sulla benignità o malignità delle neoplasie ossee e sulla loro localizzazione a livello osseo (neoplasie centrali o periferiche), gettando le basi per la una nuova classificazione istologica proposta da Slayter e pubblicata dall'AFIP nel 1994, in cui l'osteosarcoma, in base agli aspetti istomorfologici, viene suddiviso in vari sottotipi (Tab.4) (26).
Nelle classificazioni riportate non compaiono alcune entità neoplastiche relativamente rare, come ad esempio il fibroma desmoplastico, talvolta descritte in letteratura (9).
La classificazione dell'osteosarcoma nell'uomo, basata sulla sede primitiva di origine, ha permesso la suddivisione di questa neoplasia nei seguenti sottotipi: convenzionale (o midollare); parostale (juxtacorticale); periostale; intracorticale ed extrascheletrico (interessante i tessuti molli) (23).
La maggior parte degli osteosarcomi convenzionali insorge nella cavità midollare delle estremità metafisarie delle ossa lunghe degli arti, coinvolgendo frequentemente la parte distale del femore e quella prossimale della tibia (60% dei casi), la parte prossimale del femore, la cavità acetabolare e l'ischio (15% dei casi) e l'estremità prossimale dell'omero (10% dei casi). Mandibola e mascella sono risultate coinvolte nell'8% dei casi. L'osteosarcoma convenzionale appare come una massa infiltrante, di colore bianco grigiastro, che spesso presenta aree emorragiche e zone di rammollimento. Circa il 50% degli osteosarcomi contiene una quantità rilevante di sostanza osteoide e pertanto il tessuto neoplastico può presentarsi duro e stridente al taglio. Circa un quarto di queste neoplasie nell'uomo presenta una predominante differenziazione in senso condroide, dove il tessuto neoplastico mostra un aspetto opaco e di colore grigio-bluastro (4).
Nel cane l'osteosarcoma convenzionale o intramidollare è la forma maggiormente descritta, ha sede metafisaria, solo talvolta diafisaria ed è stato riscontrato frequentemente in conseguenza a processi di intolleranza a protesi o ad impianti metallici utilizzati per la correzione delle fratture (25).
L'osteosarcoma parostale insorge in sede juxtacorticale in genere a livello metafisario e costituisce una lesione ben differenziata con trabecole ossee irregolari ben formate. Si tratta di una rara entità patologica che nel cane si può sviluppare a livello delle diafisi dello scheletro appendicolare o delle ossa piatte mentre nell'uomo, dove questa neoplasia costituisce il 2% di tutti gli osteosarcomi, colpisce soprattutto la porzione distale del femore. L'aspetto radiologico è caratterizzato da masse lobulate mineralizzate, talvolta con aspetto a spazzola, disposte perpendicolarmente alla corticale (2).
L'osteosarcoma periostale origina dalla superficie dell'osso, puo' coinvolgere i tessuti molli circostanti e la corticale, che in certi casi può essere parzialmente infiltrata dal processo neoplastico con interessamento del canale midollare. L'osteosarcoma periostale dev'essere differenziato dal condrosarcoma o dal fibrosarcoma periostale, che come l'osteosarcoma appena descritto, presentano la medesima localizzazione (7).
L'osteosarcoma intracorticale rappresenta un'entità neoplastica rara, origina in seno alla corticale per poi coinvolgere, nella maggior parte dei casi, la midollare ed i tessuti molli adiacenti. L'importanza di questo tumore risiede nella sua difficile differenziazione, sul piano radiografico, da un quadro di osteomielite.
L'osteosarcoma extrascheletrico è un tumore mesenchimale raro, che può essere distinto in due sottocategorie: l'osteosarcoma della mammella (MGO) e l'osteosarcoma di altri tessuti molli (STO) (16,21).
Nel cane l'osteosarcoma mammario rappresenta circa l'1% di tutte le neoplasie maligne della ghiandola mammaria, si localizza soprattutto a livello di mammelle caudali (64% dei casi), colpisce animali anziani (età media 10 anni circa) e con peso medio intorno ai 23 kg (14,16).
Classificazione istologica dell'osteosarcoma
In base alle varianti istologiche l'osteosarcoma del cane é diversificato in sei vari sottotipi (poco differenziato, osteoblastico, condroblastico, fibroblastico, teleangectasico ed a cellule giganti).
L'osteosarcoma poco differenziato è caratterizzato da cellule neoplastiche maligne formanti osteoide e spicole di tessuto osseo neoplastico, che si possono presentare con aspetto simile alle piccole cellule reticolari del midollo osseo o apparire come grandi elementi cellulari mesenchimali pleomorfi che ricordano le cellule osservabili nei sarcomi indifferenziati (foto 8).
Foto 8. Cane: osteosarcoma poco differenziato. Le sezioni istologiche mostrano una popolazione di elementi osteoblastici atipici, poco differenziati. E.E. 400X (a). Gli elementi neoplastici risultano positivi alla vimentina, 600X (b).
Nell'osteosarcoma osteoblastico si evidenzia la proliferazione di osteoblasti anaplastici e gruppi di cellule fusate atipiche, precursori delle cellule osteogeniche. Sulla base della quantità di matrice ossea prodotta è possibile classificare questo gruppo di neoplasie in tre sottocategorie: l'osteosarcoma osteoblastico non produttivo, nel quale si osservano aree di osteolisi associate ad una lieve risposta da parte del periostio; l'osteosarcoma osteoblastico moderatamente produttivo, nel quale, anche radiograficamente si osservano quadri di distruzione e produzione di tessuto osseo (in certi casi poco o nulla mineralizzato); l'osteosarcoma osteoblastico produttivo dove si osserva l'abbondante produzione di matrice neoplastica sia in seno al tessuto osseo normale, sia sulla sua superficie (26) (foto 1,2 e 3).
Foto.1. Cane: osteosarcoma del radio. L'aspetto radiografico è caratterizzato da fenomeni di reazione periostale a "denti di pettine" e di calcificazione dei tessuti molli (a). L'aspetto macroscopico della porzione distale del radio è caratterizzata da una consistente neoformazione estesa ai tessuti duri e molli (b). (La radiografia è stata gentilmente concessa dall'Istituto di Radiologia Sperimentale e dall'Istituto di Clinica Chirurgica Veterinaria della Facoltà di Medicina Veterinaria di Parma).
Foto.2. Cane: osteosarcoma osteoblastico. Si osserva la proliferazione di osteoblasti atipici (a) e la presenza di matrice osteoide neoformata nel contesto della popolazione cellulare (b). E.E. (a) 200x e (b) 400X.
Foto.3. Cane: osteosarcoma osteoblastico. Presenza di cellule neoplastiche fortemente positive all'osteocalcina. 600X
Nell'osteosarcoma condroblastico si osserva la produzione di una matrice ossea e cartilaginea che spesso non si presentano nettamente separate.
A questo proposito, per il suo duplice aspetto, questa neoplasia puo' ingenerare seri problemi diagnostici quando la diagnosi istopatologica dev'essere effettuata su campioni ottenuti da piccoli prelievi bioptici (26) (foto 5 e 6).
Foto 5. Cane: osteosarcoma condroblastico. Proliferazione di osteoblasti atipici ed aree di tessuto cartilagineo neoplastico. E.E. (a) 200X e (b) 400X.
Foto 6. Cane: osteosarcoma condroblastico. Presenza di cellule neoplastiche debolmente positive all'osteocalcina. 400X.
Nell'osteosarcoma fibroblastico si osserva un'iniziale lesione litica seguita da fenomeni produttivi, quando le cellule mesenchimali neoplastiche acquisiscono la capacità di produrre matrice ossea. Nelle lesioni recenti le cellule fusate neoplastiche presentano aspetti morfologici sovrapponibili a quelli osservati nel fibrosarcoma centrale ed il tessuto osseo neoformato è difficilmente dimostrabile. Nelle lesioni avanzate invece si osserva un'abbondante quantità di matrice ossea neoformata da parte delle cellule neoplastiche. La quantità ed il grado di mineralizzazione dell'osteoide neoplastica possono essere determinati con successo tramite l'esame radiografico (26) (foto 7).
Foto 7. Cane: osteosarcoma fibroblastico. Le sezioni istologiche mostrano una popolazione di osteoblasti atipici prevalentemente di forma fusata che circondano foci di sostanza osteoide calcificata. E.E. 200X.
Nell'osteosarcoma teleangectasico si evidenziano lesioni aggressive ed osteolitiche accompagnate da formazioni cistiche, ripiene di materiale ematico, difficilmente differenziabili, dal punto di vista macroscopico, dalle lesioni descritte nell'emangiosarcoma. Microscopicamente si osservano cellule mesenchimali osteogeniche pleomorfe e solo piccole quantità di tessuto osteoide neoformato. Gli spazi ematici si presentano circondati da cellule mesenchimali neoplastiche e non da endotelio, come si osserva invece nell'emangiosarcoma. Nell'uomo si contano 40 casi di questo sottotipo (cui si associa in genere una prognosi meno favorevole rispetto agli altri osteosarcomi) ogni 1000 casi di osteosarcoma (26).
Nell'osteosarcoma a cellule giganti si osservano quadri sovrapponibili all'osteosarcoma non produttivo, eccezion fatta per la presenza di vaste zone occupate da cellule giganti neoplastiche; tale riscontro impone di effettuare diagnosi differenziale nei confronti del tumore a cellule giganti dell'osso (26).
Sintomatologia
Le neoplasie ossee dal punto di vista clinico, presentano aspetti variabili, dipendenti non solo dal comportamento piu' o meno aggressivo, ma anche dalla loro localizzazione.
Nell'osteosarcoma i primissimi segni della malattia sono caratterizzati da tumefazione, intensa dolorabilità, zoppicatura e precoce amiotrofia della parte coinvolta. Alla palpazione generalmente si provoca dolore e questo aumenta se il processo neoplastico coinvolge anche il periostio.
Con il passare del tempo si osserva quindi l'atrofia muscolare della parte colpita e l'aumento del volume e della consistenza dei linfonodi tributari. Le lesioni di vecchia data tendono ad essere meno dolorose di quelle recenti e talvolta sono complicate da fratture patologiche che possono essere osservate soprattutto negli osteosarcomi osteolitici a rapida crescita.
A livello di scheletro assiale gli osteosarcomi costali, della volta cranica, dell'arco zigomatico e della mascella possono essere precocemente osservati come aumento delle dimensioni del segmento osseo colpito. In caso di neoplasie localizzate a livello del bacino, oltre alla deformazione della parte, possono essere presenti costipazione, tenesmo e produzione di feci nastriformi.
Quando una neoplasia ossea si sviluppa primitivamente a carico delle cavità o dei seni nasali si possono osservare disturbi respiratori associati sovente a quadri di epistassi unilaterale, anche se il materiale che fuoriesce dalle narici può assumere i caratteri dell'essudato purulento.
Il coinvolgimento della colonna vertebrale non si manifesta repentinamente con particolari segni clinici, mentre costante è la presenza del dolore.
Fattori prognostici
Localizzazione
La prognosi negli animali colpiti da osteosarcoma dipende dal tipo di coinvolgimento scheletrico (scheletro assiale o appendicolare), dal peso corporeo e dal trattamento terapeutico cui l'animale è stato sottoposto. Il sesso, l'età, la razza, il grado ed il sottotipo istopatologico, le dimensioni del tumore ed il protocollo di chemioterapia eventualmente utilizzato sembrano essere fattori prognostici meno significativi.
L'osteosarcoma appendicolare ha generalmente una prognosi meno favorevole rispetto alla localizzazione mandibolare; animali sottoposti a sola terapia chirurgica hanno presentato, un anno dopo il trattamento, l'assenza di sintomi clinici nell'11,5% (localizzazione appendicolare) e nel 61,6% dei casi (localizzazione mandibolare) (13,27) (tab.5).
Taglia degli animali
I cani di grossa taglia colpiti da osteosarcoma presentano un decorso clinico negativo rispetto a quelli di piccola taglia e questo può essere dovuto ad un comportamento maggiormente aggressivo della neoplasia nei primi rispetto ai secondi. Altre cause possono essere il ritardo nella diagnosi le grandi dimensioni della neoplasia, associate ad una incompleta escissione chirurgica della stessa (30).
Gradazione
Nonostante il sottotipo istologico non venga abitualmente considerato come fattore prognostico occorre ricordare che nel cane, così come nell'uomo, l'osteosarcoma teleangectasico può avere un comportamento biologico più aggressivo rispetto ad altri sottotipi.
La gradazione dell'osteosarcoma riportata da Straw et al. è un fattore prognostico di grande interesse. Il grado istologico, variabile da I a III, è direttamente correlato con il tempo di sopravvivenza degli animali colpiti da osteosarcoma sia appendicolare, sia assiale. Il grado può essere ottenuto valutando alcune caratteristiche istologiche della neoplasia, ad ognuna delle quali viene assegnato un valore parziale. Sommando i valori parziali si ottiene un "total score" che ci indica il grado istologico della neoplasia (Tab.6 e 7) (27).
Parametri ematochimici
Nei pazienti colpiti da osteosarcoma assume notevole importanza, dal punto di vista prognostico, l'attività sierica della fosfatasi alcalina. Diversi studi condotti in cani colpiti da osteosarcoma appendicolare, hanno permesso di valutare, in ambito pre-operatorio l'attività della fosfatasi alcalina totale (TALP) e di quella osso-specifica (BALP) (10,30).
Nell'osteosarcoma del cane alti livelli sierici di TALP e BALP sono indice di prognosi poco favorevole (valori dell'attività della TALP superiori a 110 U/L sono correlati ad un breve intervallo di sopravvivenza). L'attività dell'ALP riflette il grado di differenziazione osteogenica delle cellule e quindi l'osteosarcoma costituito da cellule ben differenziate (osteoblastico) produce minor ALP rispetto a forme di osteosarcoma meno differenziato.
Poiché le cellule neoplastiche presenti nell'osteosarcoma sono poco differenziate, rispetto ai normali osteoblasti, non sorprende che, sia nell'uomo sia nel cane, in presenza di questa neoplasia si osservino elevati livelli dell'attività sierica dell'ALP. Dopo l'intervento chirurgico di asportazione del tumore primario e l'inizio del trattamento chemioterapico si evidenzia sia nell'uomo sia nel cane, nei primi 40 giorni successivi all'operazione, un significativo decremento dell'attività sierica dell'ALP (10).
Metastasi
Circa il 90-95% dei cani colpiti da osteosarcoma presenta micrometastasi al momento della diagnosi e pertanto l'amputazione, quando possibile, dimostra scarsa efficacia, con una media di sopravvivenza degli animali intorno a 3-4 mesi. Nella maggior parte dei casi gli animali sono sottoposti ad eutanasia per la comparsa di metastasi polmonari, anche se l'osteosarcoma è potenzialmente in grado di metastatizzare in qualsiasi apparato od organo.
I linfonodi regionali non sempre sono direttamente coinvolti e, quando questo si verifica rappresenta generalmente un evento tardivo (3)(tab.8).
La stadiazione delle neoplasie ossee degli animali domestici viene attuata tramite un sistema comprendente solo due delle tre categorie normalmente utilizzate per neoplasie localizzate in altre sedi: la T (basata sull'esame clinico, chirurgico-patologico e radiografico) e la M (basato sull'esame chirurgico-patologico e sugli esami radiografici al torace). La categoria T valuta l'estensione del tumore primario, mentre la categoria M prende in considerazione l'assenza o la presenza di metastasi distanti dal sito primario. Questo sistema fornisce un ausilio al clinico nella valutazione degli aspetti terapeutici e prognostici ed un importante mezzo nello scambio d'informazioni fra i ricercatori, nel continuo studio della patologia neoplastica animale.
Hammer A.S. nel 1995 propose un sistema di stadiazione dell'osteosarcoma delle ossa piatte o irregolari, modificando lo schema TNM del WHO (12).
T (Tumore - diametro)
T1 - 0-2 cm
T2 - 2-5 cm
T3 - > 5 cm
N (Linfonodi)
N0 - Non si evidenzia coinvolgimento linfonodale
N1 - Coinvolgimento linfonodale locale
N2 - Coinvolgimento linfonodale distante
M (Metastasi)
M0 - No metastasi
M1 - Metastasi presenti
Nel decennio 1990-2000 sono pervenuti presso il nostro Istituto 53 neoplasie ossee provenienti da prelievi autoptici (4 casi), da exeresi chirurgica con amputazione (20 casi) e da esami bioptici (29 casi).
L'esame istopatologico ha permesso di classificare le 53 neoplasie ossee in 20 osteosarcomi, 11 condrosarcomi, 5 sarcomi indifferenziati, 4 condromi, 2 fibrosarcomi, 2 fibromi, 2 tumori multilobulari dell'osso, 1 osteoma, 1 osteocondroma, 1 mieloma, 3 carcinomi squamocellulari ed 1 carcinoma mammario metastatico.
Nella tabella 9 sono riportate le razze, il sesso, l'età, la localizzazione anatomica e la diagnosi istologica dei 20 osteosarcomi osservati nel decennio 1990-2000.
Dall'osservazione della tabella emerge che l'età degli animali affetti da osteosarcoma va da un minimo di 18 mesi ad un massimo di 11 anni, con un valore medio di 7,45 anni (tab. 9). Le razze maggiormente colpite sono: pastore tedesco (4 casi), rottweiler (3 casi), boxer (3 casi), pastore maremmano (2 casi) e meticcio (2 casi).
Nella casistica raccolta è stata rilevata una prevalenza del sesso maschile (12 casi) rispetto al sesso femminile (8 casi), con un rapporto tra i sessi di 1,5:1.
Anche per quel che riguarda il sito anatomico d'insorgenza si osserva come gli osteosarcomi sono localizzati per il 70% a livello di scheletro appendicolare, (omero, 6 casi; radio-ulna, 2 casi; femore, 4 casi; tibia, 2 casi), con maggior interessamento degli arti anteriori. Il restante 30% si presenta invece localizzato in corrispondenza dello scheletro assiale ed in particolare a livello di cranio (4 casi) e di vertebre (2 casi).
Dal 1998 sulle neoplasie ossee pervenute nel nostro Istituto e soprattutto sugli osteosarcomi (8 casi), oltre agli esami istomorfologici di routine, sono stati condotti studi citologici ed immunocito-istochimici.
I campioni prelevati, sono stati sottoposti, quando necessario, a decalcificazione utilizzando un prodotto decalcificante del commercio (Decalcifier II Surgipath) a base di acido cloridrico, EDTA ed acqua. Successivamente i campioni sono stati inclusi in paraffina, sezionati al microtomo e colorati con ematossilina-eosina.
Per le indagini immunocito-istochimiche si è utilizzato un panel di anticorpi costituito da vimentina (Dako 1:50 e Menarini, clone V9, 1:200), S100 (Dako 1:400), osteocalcina (Biogenesis 1:400), citocheratina AE1/AE3 (Dako 1:50) e CD68 (Dako, Clone PG-M1, 1:200).
Gli 8 osteosarcomi ulteriormente classificati come osteosarcoma osteoblastico (2 casi), osteosarcoma a cellule giganti (2 casi), osteosarcoma condroblastico (2 casi), osteosarcoma fibroblastico (1 caso) e osteosarcoma poco differenziato (1 caso), all'esame immunoistochimico hanno permesso l'osservazione dei seguenti quadri:
Nei due osteosarcomi osteoblastici le cellule neoplastiche hanno mostrato intensa positività alla vimentina e all'osteocalcina, mentre nessuna reazione è stata osservata nei confronti del CD68, CK AE1/AE3 ed S100. Positività più intensa è stata riscontrata in corrispondenza degli osteoblasti più differenziati mentre la matrice ossea ha mostrato scarsa espressione dell'anticorpo.
Nei due osteosarcomi a cellule giganti, si è potuta rilevare una certa positività all'anticorpo vimentina, mentre nessuna reazione è stata osservata nei confronti di osteocalcina, CD68, CK AE1/AE3 e S100.
Negli osteosarcomi condroblastici è stato interessante osservare una costante positività all'anticorpo vimentina, come per gli altri sottotipi istologici già descritti e, in corrispondenza delle aree a differenziazione condrocitaria, una maggior reattività alla proteina S100 dei condrociti rispetto agli elementi condroblastici, maggiormente immaturi e localizzati ai margini delle aree condrocitarie. Nessuna reazione all'anticorpo S100 è stata invece riscontrata a carico degli elementi osteoblastici presenti nel contesto del tessuto neoplastico, che mostrano una debole positività nei confronti dell'anticorpo osteocalcina. Costantemente negativa è stata la risposta degli elementi neoplastici al CD68 ed alla CK AE1/AE3.
Nell'unico osteosarcoma fibroblastico è stata osservata una marcata positività per l'anticorpo vimentina, debole positività nei confronti dell'osteocalcina e nessuna reazione nei confronti dell'S100, CD68 e CK AE1/AE3.
Nell'osteosarcoma poco differenziato marcata positività è stata osservata nei confronti della vimentina mentre l'espressione dell'osteocalcina è stata costantemente molto debole. Sempre negativa è stata la risposta degli elementi neoplastici nei confronti dell'S100, CD68 e CK AE1/AE3
La casistica degli osteosarcomi riportata nella ricerca da noi condotta è risultata sovrapponibile a quella descritta in altri lavori sia per quel che riguarda l'età, le razze e il rapporto tra i sessi degli animali colpiti (1,17,22,28,29).
La localizzazione delle neoplasie, prevalentemente a livello di scheletro appendicolare, con coinvolgimento preponderante dell'arto anteriore (omero e radio-ulna) e dell'arto posteriore (femore e tibia), è stata del tutto sovrapponibile ai dati disponibili in letteratura (1,3,17,22,28,29).
La suddivisione in sottotipi istologici, secondo la classificazione proposta da Slayter et al. (1994), ha permesso di selezionare i campioni per il successivo studio immunoistochimico, di effettuare valutazioni comparative con i corrispondenti preparati citologici e di interpretare in modo più preciso i relativi quadri macroscopici.
Lo studio immunoistochimico, basato soprattutto sull'espressione di marker osteoblastici e condrocitari, quali osteocalcina ed S100, ha permesso di ottenere risultati di un certo interesse.
L'espressione dell'osteocalcina, da parte delle cellule neoplastiche presenti negli 8 casi testati, ha dato risultati sovrapponibili a quelli descritti nell'osteosarcoma dell'uomo, dove la massima espressione dell'anticorpo viene osservata negli osteosarcomi osteoblastici ed in minor misura negli altri sottotipi (5,6,11). La debole positività riscontrata nell'unico osteosarcoma poco differenziato è in linea con i risultati riportati nell'uomo, nel quale l'osteocalcina viene espressa soprattutto dagli osteosarcomi c.d. "low grade" ed in minor misura da quelli particolarmente sdifferenziati (20).
Negli osteosarcomi condroblastici le cellule condrocitarie hanno mostrato immunoreattività alla proteina S100, mentre gli elementi condroblastici hanno mostrato scarsa reazione all'anticorpo, analogamente a quanto descritto nell'uomo (5,6).
L'osteosarcoma nel cane, dal punto di vista morfologico, non differisce sostanzialmente da quello umano, con il quale ha anche in comune i quadri clinici e numerosi aspetti eziopatogenetici.
Lo studio immunoistochimico da noi condotto con l'utilizzo degli anticorpi osteocalcina ed S100 ha permesso di valutare la notevole somiglianza tra l'osteosarcoma dell'uomo e quello del cane anche dal punto di vista molecolare. I dati disponibili in letteratura relativi all'espressione dell'osteocalcina e dell'S100 nell'osteosarcoma dell'uomo, sono risultati sovrapponibili con quelli da noi ottenuti, anche per quel che riguarda i singoli sottotipi istologici.
Queste osservazioni, che necessiteranno in futuro di ulteriori ed approfonditi studi (utilizzando altri anticorpi come il PCNA, p53, osteonectina ecc.) permettono di confermare e di rafforzare, le già numerose informazioni che indicano l'osteosarcoma del cane come un importante modello nello studio dell'osteosarcoma dell'uomo.
Parole chiave: Osteosarcoma, Cane, Immunoistochimica, Osteocalcina.
Key words: Osteosarcoma, Immunohistochemistry, Dog, Osteocalcin.
RIASSUNTO - Con il presente lavoro gli autori hanno voluto prendere in considerazione alcuni aspetti eziopatogenetici, classificativi ed anatomoistopatologici sull'osteosarcoma del cane. Riportano inoltre l'esperienza personale, relativa a casi di osteosarcoma venuti alla loro osservazione, descrivendo in modo particolare gli aspetti istopatologici ed immunoistochimici soprattutto con l'impiego dell'anticorpo osteocalcina. I dati ottenuti riaffermano la notevole somiglianza della patologia nel cane e nell'uomo, confermando che l'osteosarcoma del cane può essere utilizzato come modello nello studio di questa neoplasia nell'uomo.
SUMMARY - The AA. describe aetiologically aspects, histologically and immunohistochemically features of the primitive osteosarcoma in dog. In the Department of Animal Health, Section of Veterinary Anatomic Pathology from 1998 to 2000 pathologists have diagnosed and histologically classified, using AFIP taxonomy, 8 primary osteosarcomas of bone: osteoblastic osteosarcoma (2 cases), chondroblastic osteosarcoma (2 cases), giant cell type osteosarcoma (1 case), fibroblastic osteosarcoma (1 case), poorly differentiated osteosarcoma (1 case). All osteosarcomas were immunohistochemically tested vs. anti-vimentin, anti-cytocheratin AE1-AE3, anti-osteocalcin, anti-S100 and anti-CD68. The immunohistochemical results were very interesting: the expression of osteocalcin was strongly in the osteoblastic osteosarcomas and slightly in the chondroblastic osteosarcomas, as well as in the poorly differentiated osteosarcoma and in the fibroblastic osteosarcoma. In giant cell type osteosarcomas the osteocalcin expression was not detected. These results are very similar whith those described in man's osteosarcoma and the osteosarcoma of dog can be used to study this neoplasm in human being.
RINGRAZIAMENTI: Si ringrazia il Dott. Poletti dell'Istituto di Anatomia Patologica Umana dell'Università di Padova per la preziosa collaborazione e la Sig.ra Paola Gianelli dell'Istituto di Anatomia Patologica Veterinaria dell'Università di Parma per l'importante lavoro svolto.
Bibliografia