Parma, 4 settembre 2026 – Sulle cime delle montagne europee ci sono sempre meno specie di piante tipiche delle alte quote. Lo attesta uno studio internazionale appena pubblicato su “Science”, che offre una nuova prova del cambiamento climatico e dei suoi effetti.
Il team di ricerca internazionale è stato guidato da scienziate e scienziati dell’Università di Vienna. Allo studio ha partecipato anche un gruppo di lavoro dell’Università di Parma.
Nel complesso 41 le istituzioni coinvolte, 7 italiane: oltre all’Università di Parma, l‘Ente di Gestione delle Aree Protette delle Alpi Cozie, Eurac Research, il Parco Nazionale della Maiella, le Università del Molise, di Pavia, di Torino.
Decenni di riscaldamento hanno attenuato i limiti imposti dalle basse temperature sulla distribuzione delle piante in montagna, con conseguente crescita del numero di specie sulle cime, ma questi cambiamenti hanno determinato anche un aumento del numero di specie alpine in via di estinzione. Il fatto che ci siano più specie in alta quota è quindi solo una parte della storia, e in realtà maschera la crescente perdita delle specie tipiche dell’alta montagna, quelle particolarmente caratteristiche degli ecosistemi alpini. La scomparsa delle piante dalle cime può richiedere decenni, ma negli ultimi 20 anni ha subito un'accelerazione.
Fino a pochi decenni fa la lunga permanenza della copertura nevosa, le basse temperature e il rischio di gelate durante tutto l'anno rendevano gli ambienti alpini difficili da colonizzare per molte specie della flora europea. Ora la situazione è cambiata, e queste limitazioni sono state fortemente attenuate da decenni di riscaldamento climatico. Le piante hanno quindi iniziato a espandere i loro areali verso quote più elevate, con vere e proprie “migrazioni altitudinali”, e la vegetazione di alta quota è di conseguenza diventata più ricca di specie. Ma questa è appunto solo una faccia della medaglia: le estinzioni hanno colpito principalmente le piante specialiste degli ecosistemi di alta quota, con tassi di perdita più elevati sulle cime che si sono riscaldate maggiormente.
Quindi: grazie alle temperature più favorevoli le piante che normalmente stavano ad altitudini più basse hanno guadagnato altitudini maggiori, colonizzando le zone d’alta quota e determinando una maggiore presenza di specie in quota, ma nello sesso tempo proprio per lo stesso motivo, cioè per il riscaldamento climatico, le specie che erano tipiche delle alte quote hanno iniziato a scomparire.
Lo studio ha analizzato la dinamica della vegetazione di 62 cime montuose europee, attraverso quattro censimenti floristici tra il 2001 e il 2022. I dati dimostrano che la percentuale di specie non più rilevate è aumentata a ogni successivo censimento. Inoltre, la gran parte delle specie non più ritrovate è costituita da piante con centro di distribuzione altitudinale posto al di sopra della quota della cima dove sono scomparse. I risultati indicano anche che i tassi di estinzione locale aumentano sia con l'entità del riscaldamento sia verso i margini inferiori degli areali delle specie.
Il processo di estinzione locale può estendersi per decenni e la successiva scomparsa può quindi essere notevolmente in ritardo rispetto ai cambiamenti climatici responsabili.
Le piante di alta quota tendono infatti a essere particolarmente resistenti allo stress e longeve. La loro estinzione locale può quindi essere in ritardo rispetto all'inizio dei cambiamenti ambientali che innescano queste estinzioni, con conseguente accumulo di un “debito di estinzione” nelle comunità biologiche. Si riteneva già che questi tempi di latenza fossero una delle ragioni principali per cui le colonizzazioni da parte di nuove specie sono state finora documentate più frequentemente delle estinzioni di specie tipiche della vegetazione alpina.
I risultati dello studio sono in linea con questa interpretazione: le estinzioni locali delle specie sono precedute da lunghe fasi di declino delle popolazioni. Quindi gli attuali incrementi dei tassi di estinzione potrebbero essere la risposta a cambiamenti avvenuti, o quantomeno iniziati, già decenni fa.
Al lavoro, finanziato dal Consiglio europeo della ricerca (ERC) nell'ambito del programma di ricerca e innovazione Horizon 2020 dell'Unione europea (accordo di sovvenzione n. 883669), ha contribuito il personale dell’Università di Parma (Marcello Tomaselli, Alessandro Petraglia, Matteo Gualmini, Michele Adorni, Maria Luisa Borghi, Anna Maria Cristina Antoniotti, Michele Carbognani, T’ai GW Forte, Andrea Vannini) che da oltre due decenni si occupa dei rilievi floristici e del mantenimento dei siti di monitoraggio della vegetazione cacuminale dell’Appenino settentrionale.
Link al lavoro pubblicato