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In un momento storico in cui il progetto di architettura rischia di essere ridotto a immagine, prestazione o semplice risposta tecnica, la mostra “Ricerca e Costruzione dell’Architettura” riafferma con forza una posizione disciplinare alternativa: il progetto come forma di conoscenza, come processo critico e come pratica capace di misurarsi con la realtà attraverso l’opera costruita.

Lunedì 19 gennaio 2026, alle ore 15.00, presso l’Aula Centrale del Plesso Aule delle Scienze del Campus dell’Università degli Studi di Parma, si terrà l’inaugurazione della mostra, che propone una riflessione articolata sul rapporto tra ricerca accademica, insegnamento della progettazione e pratica del costruire, assumendo la costruzione non come esito secondario ma come momento di verifica e di responsabilità del progetto.

Al centro dell’esposizione vi è l’idea che la ricerca in architettura non si esaurisca nella produzione teorica o sperimentale, ma trovi nel progetto e nella sua realizzazione un campo privilegiato di elaborazione critica. La mostra mette in evidenza come, in una tradizione profondamente radicata nella cultura architettonica italiana, insegnamento universitario e pratica professionale non costituiscano ambiti separati, ma parti di un unico processo conoscitivo fondato sul fare progetto.

Attraverso una pluralità di esperienze, l’esposizione indaga il ruolo del progetto come strumento capace di tenere insieme pensiero, tecnica e costruzione, restituendo il senso di una continuità tra ricerca, didattica e opera realizzata. In questo quadro, il costruire diventa il luogo in cui il progetto si confronta con i limiti, le regole e le condizioni del reale, trasformando la ricerca in sapere operativo e condivisibile.

Nata come convegno e mostra itinerante, Ricerca e Costruzione dell’Architettura è stata presentata per la prima volta a Siracusa nell’aprile 2025, con un convegno nazionale e una mostra allestita negli spazi storici di Palazzo Impellizzeri, e successivamente al Politecnico di Bari. La tappa di Parma si configura come un riallestimento critico dell’esposizione, pensato in dialogo con il contesto universitario e accompagnato da momenti di confronto e approfondimento.

La mostra presenta i lavori e le ricerche di Dario Costi – Studio MC2, Emanuele Fidone, Fabrizio Foti, Luigi Franciosini, Vittorio Longheu, Gianfranco Gianfriddo, Alberto Iacovoni – MA0, Lina Malfona, Bruno Messina, Carlo Moccia, Marco Navarra – NOWA, Libero Carlo Palazzolo, Luigi Pellegrino, Valter Scelsi, offrendo un panorama articolato di posizioni che interpretano il progetto come luogo di sintesi tra ricerca, insegnamento e pratica del costruire, attraverso differenti scuole, approcci e generazioni.

Nel loro insieme, gli autori invitati delineano un campo di ricerca ampio e stratificato, ma attraversato da una comune attenzione al progetto come pratica critica e come sapere che si costruisce nel tempo, nel rapporto con i luoghi, la materia e la vita degli uomini. 

Nei lavori di Dario Costi, il progetto si configura come un’interrogazione continua sul ruolo dell’architettura nella trasformazione della città e dei suoi spazi collettivi. La ricerca progettuale intreccia teoria e pratica, assumendo l’architettura come strumento critico capace di leggere il contesto urbano e di costruire relazioni, luoghi civili e dispositivi per la comunità. Centrale è il tema della luce, intesa come principio generativo della forma e come dispositivo fenomenologico che struttura lo spazio attraverso geometrie essenziali, rapporti plastici e un dialogo costante tra architettura, paesaggio e percezione. La forma non è mai esito autoreferenziale, ma risultato di un processo conoscitivo che tiene insieme rigore teorico, responsabilità civile e sperimentazione progettuale.

La ricerca di Emanuele Fidone si fonda invece su una lettura attenta dei segni stratificati del reale, affrontati senza preconcetti, soprattutto nel confronto con le preesistenze. Memoria, tempo e luogo diventano materiali di progetto, in un lavoro che privilegia la continuità rispetto all’imitazione o alla contrapposizione, e che trova nei contesti complessi e marginali – come quelli delle città iblee – un terreno privilegiato di sperimentazione didattica e progettuale.

In Fabrizio Foti, il progetto affonda le proprie radici nella geografia, intesa come matrice originaria dell’architettura. La forma nasce dall’ascolto dei caratteri fisici del territorio, dalla materia del suolo e dai fenomeni naturali che nel tempo ne hanno modellato l’identità. Il costruire diventa così un atto di mediazione consapevole tra natura e artificio, capace di restituire una geometria utile e lirica del mondo abitato.

Il lavoro di Luigi Franciosini riporta al centro la relazione profonda tra forma della città e forma della terra, tra bellezza, memoria e materia. Attraverso una lettura topografica e sensibile del paesaggio, il progetto si confronta con le stratificazioni storiche e geologiche del suolo, esplorando il sottosuolo, le fratture, le cavità e le densità come componenti essenziali di una spazialità che è insieme fisica e simbolica.

Con Gianfranco Gianfriddo, l’attenzione si concentra sulla “casa sufficiente”, sulla misura minima dell’abitare rurale come dispositivo capace di insegnare relazioni spaziali fondamentali. La costruzione elementare, radicata nel contesto geografico e culturale, diventa modello didattico e strumento per comprendere principi durevoli dell’architettura, lontani da ogni nostalgia ma ancora capaci di orientare il progetto contemporaneo.

La ricerca di Alberto Iacovoni – MA0 si sviluppa come un atlante, in cui pratica, didattica e riflessione teorica si intrecciano per interrogare il progetto come dispositivo urbano e territoriale. Il lavoro mette in relazione architettura e città attraverso una continua sperimentazione sui modi dell’abitare e sulle forme della trasformazione.

In Vittorio Longheu, il progetto si fonda su una paziente sedimentazione delle forme nel tempo. La costruzione è intesa come mestiere, come sapere artigianale e rigoroso, capace di produrre architetture semplici, utili, disinteressate allo stile e all’originalità a ogni costo. La tradizione diventa repertorio vivo, memoria collettiva da reinterpretare, in una pratica lontana dalla spettacolarizzazione e profondamente legata ai luoghi e alla loro storia.

Il lavoro di Lina Malfona indaga invece le infrastrutture sociali dell’abitare contemporaneo, esplorando forme di vita collettiva tra città e campagna, tra isolamento e comunità. Il progetto diventa espressione di una dialettica tra geografia e geometria, tra spazio privato e dimensione pubblica, assumendo una chiara valenza politica e sociale, tanto nella costruzione quanto nella didattica.

In Bruno Messina, il progetto è strumento ermeneutico capace di interpretare le trasformazioni del paesaggio e della città nel tempo. Tipologia e morfologia diventano strumenti disciplinari per leggere e dare forma alla complessità contemporanea, evitando tanto l’astrazione a-storica quanto il ripiegamento identitario, e riaffermando il ruolo dell’architettura come pratica capace di dare forma al divenire.

La ricerca di Carlo Moccia si muove contro il formalismo e la banalizzazione, rivendicando la necessità di forme “istituenti”, capaci di rivelare il senso profondo dell’edificio. Il progetto nasce dall’assunzione consapevole del tema e dalla tensione a restituire un valore di generalità condivisibile, in un’etica del mestiere che vede l’architettura come produzione di oggetti sociali.

Con Marco Navarra – NOWA, la didattica e la costruzione trovano una sintesi nella pratica dell’architettura a bassa definizione, sensibile all’indeterminato e al processo. Il continuo passaggio dal disegno alla costruzione, dalle prove in situ alla verifica materiale, diventa strumento formativo e progettuale, fondato su un insegnamento relazionale più che prescrittivo.

Libero Carlo Palazzolo concentra la propria ricerca sull’“arte del tagliare”, intesa come operazione conoscitiva e progettuale fondamentale. La sezione, il taglio, il levare materia diventano strumenti per rivelare lo spazio, governare la luce, costruire relazioni tra le parti e restituire all’architettura una dimensione poetica e strutturale insieme, fondata su un sapere profondo del costruire.

Infine, in Luigi Pellegrino, la costruzione della casa coincide con la costruzione della città. Il progetto è inteso come processo unitario che attraversa tutte le scale, dall’interno urbano al paesaggio, assumendo la memoria come materia attiva e la rappresentazione come strumento cognitivo capace di tenere insieme forma, costruzione e territorio.

Attraverso disegni, modelli, immagini e testi, la mostra restituisce una molteplicità di esiti della ricerca progettuale applicata, mettendo in luce affinità e differenze, ma soprattutto riaffermando la centralità del progetto come strumento critico e disciplinare, capace di produrre conoscenza a partire dall’esperienza concreta dell’architettura costruita.

L’iniziativa si inserisce nel quadro delle attività culturali e formative promosse dall’Università degli Studi di Parma ed è aperta al pubblico. È promossa dall’Ordine degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori della Provincia di Parma come occasione di formazione e aggiornamento professionale.

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