Parma, 23 luglio 2026 - Vederla lavorare è a dir poco affascinante. Ascoltarla parlare del suo lavoro, e della passione che ci mette, se possibile lo è ancora di più. La restauratrice Maria Grazia Cordua è in questi giorni al Museo di Storiografia Naturalistica – MUST dell’Ateneo: sta lavorando su una statua anatomica in cera del Settecento (attribuita ad Andrea Corsi, Scuola di Clemente Susini; Collezione di Biomedicina “Lorenzo Tenchini”) collocata, insieme a un’altra, nella Wunderkammer con cui si apre la visita al Museo.
Viene da Firenze (si è formata all’Opificio delle Pietre Dure) ed è una delle poche persone che si occupano di questo tipo di restauri. Ha già lavorato per l’Università di Parma, in particolare per l’Orto Botanico, per il restauro di alcuni esemplari della preziosa collezione di funghi in cera donata da Maria Luigia d’Austria all’Ateneo nel 1819, capolavoro di ceroplastica di altissimo valore artistico e scientifico.
Chi visita in questi giorni il MUST la trova al lavoro nella prima stanza. «Questa è un’opera già restaurata nel 2012 a Firenze e quindi in buono stato – racconta – ma da allora ci sono stati alcuni spostamenti e prima di adesso era conservata in un ambiente diverso da quello attuale, quindi alcuni piccoli danni si erano creati. Si erano staccate due fasce muscolari, aperte alcune piccole crepe e così via».
Come si interviene in questi casi? «La prima fase – spiega – è quella della pulitura. Poi si passa al consolidamento: con una siringa si inietta resina nelle fessurazioni e quindi si fanno le stuccature e le integrazioni con la cera, che è molto diversa dalla cera d’api originale. Le cere nuove si deteriorano molto meno e sono molto più elastiche». Anche gli attrezzi con cui si lavora sono diversi, e consentono interventi di grande precisione con una cera utilizzata alla temperatura necessaria. Il fornellino “scalda cera” di cui ci si serviva anni fa è ormai solo un ricordo. «L’ultimo passaggio sono le rifiniture, che vengono fatte a pennello».
Dalle sue parole si coglie l’importanza della ricerca sui materiali, che, sottolinea, «nasce dallo studio, dal lavoro stesso, dal confronto con colleghi e colleghe». Quale il restauro che porta nel cuore? «Le cere botaniche del Museo della Specola di Firenze. È la collezione che mi ha appassionato di più – conclude Maria Grazia Cordua – anche perché nel complesso, in momenti diversi, ci ho lavorato per più di vent’anni».